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Israele continua con la linea dura: 2500 nuove case in Cisgiordania

Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha annunciato su Twitter che è pronto un piano per la costruzione di altre 2500 abitazioni per i coloni ebraici in Cisgiordania.

Una scelta che arriva in un momento di tensione senza precedenti tra israeliani e palestinesi e che rischia di essere l’ennesima prova di forza da parte del governo di Israele. Ma Lieberman non è uomo di compromesso. Soprattutto in questa fase in cui, da vertice delle forze armate israeliane, ha mostrato tutta la sua fermezza contro le proteste palestinesi.

Secondo il potente ministro della Difesa di Israele, il piano prevedrebbe la costruzione immediata di 1400 moduli abitativi. Cui si aggiungeranno, in futuro, le rimanenti 1100. Una notizia che, per ora, non ha ricevuto risposta dai vertici palestinesi a Ramallah e a Gaza. Ma che di certo non aiuterà a riportare la situazione sotto controllo.

La decisione che rientra perfettamente nelle logiche del governo di Benjamin Netanyahu. Già a gennaio del 2017, Lieberman e il premier israeliano avevano annunciato l’approvazione di altre 2.500 unità abitative in Cisgiordania. E il primo ministro era stato chiaro: “Stiamo costruendo e continueremo a costruire”. Una decisione che era stata accolta con freddezza addirittura alla Casa Bianca.

La questione delle colonie ebraiche

La questione delle colonie ebraiche nei territori palestinesi costituisce da sempre un problema per la pace fra le due fazioni. In particolare in Cisgiordania, che i palestinesi considerano parte fondamentale del futuro Stato di Palestina mentre Israele ritiene debba essere sotto il suo pieno controllo.

A dimostrazione della volontà israeliana di considerare la cosiddetta West Bank come parte dello Stato ebraico, l’utilizzo dei termini biblici di Samaria e Giudeada parte di Lieberman. Segno che per Tel Aviv è già parte integrante di Israele. Un segnale mediatico non da sottovalutare e che palesa una strategia molto chiara del governo di Benjamin Netanyahu.

Tutte le principali organizzazioni internazionali considerano gli insediamenti israeliani come palesi violazioni del diritto internazionale. E hanno chiesto più volte ai governi di Israele di interrompere la costruzione delle case..

Lo schiaffo di Obama

Nel dicembre del 2016, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite votò una storica risoluzione di condanna contro Israele proprio per gli insediamenti nei territori palestinesi. In quell’occasione, gli Stati Uniti si astennero, non ponendo per la prima volta il veto nei confronti dell’alleato mediorientale.

C’è chi lo definì uno sgambetto di Barack Obama prima dell’insediamento di Donald Trump. Ma probabilmente è stato anche il frutto della politica unilaterale di Netanyahu che nulla ha fatto per giungere a una soluzione di compromesso con la controparte palestinese.

La risoluzione non aveva valore coercitivo, ma condannò comunque Israele a interrompere le attività illegali chiedendo di rispettare le volontà dell’Onu di giungere a un accordo di pace che prevedesse la creazione di uno Stato di Palestina in cui erano presenti anche i territori della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

Subito dopo, nei primi mesi del 2017, come risposta al Palazzo di Vetro, il governo israeliano approvò una legge sull’espropriazione dei terreni nei territori occupati che fece gridare allo scandalo l’opposizione nella Knesset. La destra più nazionalista esultò di fronte all’approvazione della legge, ma anche l’ala moderata del centrodestra dovette affermare le sue perplessità su una disposizione legislativa che anche un membro del Likud (il partito di centrodestra di Netanyahu) definì una “rapina”.

L’idea è che il governo abbia intrapreso, ancora una volta, una via unilaterale che dimostra l’assenza di arrivare a un accordo. Ma continuare su questa strada comporta dei rischi elevatissimi. La Striscia di Gaza ribolle. E tutto ciò non farà altro che convalidare la scelta di Ramallah di bocciare il piano di paceproposto da Washington.

Fonte Gli Occhi della Guerra 

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