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Secondo Renzi sono stati Draghi e Visco e imporre a Mattarella di bocciare la nomina di Paolo Savona

Mattarella nell’angolo: finito nel mirino di 5 Stelle e Lega dopo esser stato “costretto” a bocciare Savona, su pressione di Ignazio Visco (Bankitalia) e Mario Draghi (Bce). Lo scrive sul “Giornale” Augusto Minzolini, citando nientemeno che Matteo Renzi. Per spiegare l’avvitarsi esplosivo della crisiistituzionale, racconta Minzolini, l’ex segretario del Pd ha confidato ai suoi che «Mattarella in questi giorni ha ascoltato molto Draghi e Visco, che vedono Savona come fumo negli occhi». Tra l’altro, ha aggiunto Renzi, «quello che dice Savona sugli errori fatti da Bankitalia nel trattare i problemi delle piccole banche o il bail-in, io lo firmerei». Quindi, aggiunge Minzolini, con Bruxelles, Berlino, Draghi, Visco che premevano, Mattarella «non ha potuto non mettere quel “veto” su Savona». E ha dovuto accettare un grande rischio, quello su cui persino D’Alema giorni fa lo aveva messo in guardia: «Se il presidente dice no a Savona, rischia di ritrovarsi di nuovo di fronte lo stesso problema dopo le elezioni. Con Salvini che, però, gli metterà sul tavolo una maggioranza dell’80%». Già, con quel “no” ora Mattarella rischia di diventare l’obiettivo di una campagna elettorale, di essere sfiduciato dal paese. Ecco perché – anziché Cottarelli – sarebbe stato meglio per il Quirinale «rifugiarsi dietro a qualche precedente, mettere in piedi un governo istituzionale, guidato da uno dei due presidenti delle Camere, come fece Francesco Cossiga nell’87».

Osservazioni che Minzolini coglie fra i retroscena di una crisi vertiginosa, innescata dal braccio di ferro sull’ex eurista e neo-euroscettico Paolo Savona. Inutili gli incontri in extremis tra Mattarella, Salvini e Di Maio, prima della visita conclusiva di Ignazio Visco, governatore di BankitaliaConte al Quirinale. «Tutti sono rimasti sulle loro posizioni». In realtà, si era già capito che le missioni del pomeriggio al Quirinale del leader della Lega e poi del capo dei 5 Stelle, «terrorizzato dal rischio di andare nuovamente alle urne», si erano risolte in un fallimento. Dice Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega: «Se su Savona c’è il no di Berlino e dei poteri forti – ha tagliato corto Salvini – significa che è il ministro giusto. Se non lo vogliono si torna a votare». Scuro in volto anche Di Maio: «Qui finisce male, la posizione di Mattarella è incomprensibile». E Mattarella? Minzolini lo descrive «fuori di sé», irremobivile di fronte ai suoi interlocutori: «Dovranno spiegare agli italiani quello che succederà da domani in poi sui mercati». La verità, aggiunge Minzolini, è che il “caso Savona” è diventato alla fine l’elemento catalizzatore del “non detto” di queste settimane: le prerogative istituzionali del capo dello Stato, i rapporti con il sistema Ue-Bce attraverso Bankitalia.

«Ci sono sono state tutte le contraddizioni, che, piano piano, sono venute in luce nel “contratto” di governo», scrive Minzolini. «E la montagna di parole con cui i mediatori hanno tentato di coprire tutto questo negli ultimi giorni, quello spesso manto di ipocrisia, non è bastata per raggiungere un compromesso. Sicuramente non è bastata la dichiarazione di Savona», conciliante con l’Ue. Secondo l’ex direttore berlusconiano del Tg1, si è tentata «una mediazione impossibile» per “sdoganare” «un personaggio come Savona con il suo profilo, la sua personalità, la sua storia al ministero dell’economia». Delle due l’una: Savona all’economia «avrebbe avuto il significato di un cedimento di Mattarella, per cui l’influenza che il Quirinale via via è venuto ad assumere nei settennati di Scalfaro, Ciampi e, soprattutto, Napolitano, sarebbe diventata un pallido ricordo». Se invece Salvini avesse accettato l’esclusione del professore, «avremmo avuto il paradosso che il primo governo “sovranista” di questo paese sarebbe stato il primo a essere condizionato platealmente dalla Ue e dalla Germania, nella scelta del ministro dell’economia». Non si Claudio Borghiscappa, sottolinea Minzolini: «Ci sarebbe stato un vincitore e un perdente. E nessuno era nelle condizioni di poter accettare una sconfitta».

Chi rischia di più, ora? Ovviamente il Quirinale, secondo Claudio Borghi: «Mattarella e compagni non sono lucidi: stanno facendo a Salvini il favore che l’establishment americano ha fatto a Trump», confida il “cervello” economico della Lega. «Le hanno provate tutte, anche a dividere il ministero dell’economia in due per impedire a Savona di partecipare ai vertici europei». La verità, secondo Borghi, è che questa crisi non pone solo il problema del nostro rapporto con l’Europa, ma è anche la drammatica riedizione di quanto avvenuto nel 2011 con l’avvento di Monti pilotato dalla finanza massonica reazionaria: l’Italia è ancora un paese sovrano? «È una questione che non nasce ora», aggiunge Borghi, citato da Minzolini. «Lo sa benissimo Berlusconi, che ha l’occasione di vendicarsi per tutto quello che gli hanno fatto. Ieri c’è stato un capo dello Stato che su ordine della Ueha fatto fuori un premier. Oggi c’è un capo dello Stato che ha posto un veto sulla nomina di un ministro, sempre su ordine di Bruxelles». Ieri Napolitano, oggi Mattarella. «Tutti i nodi sono venuti al pettine». E proprio sul nome di Savona, chiosa Minzolini, «è andato in scena lo scontro tra due mondi».

Fonte Libre 

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