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Il terrore della Germania: così Berlino si sta attrezzando per il collasso dell’euro

Recentemente, il sempre ottimo sito Vocidallestero.it ha riportato l’articolo di Daniel Stelter, che ai lettori italiani probabilmente sembrerà un emerito sconosciuto, ma che in realtà mostra chiaramente che cosa si agita nella mente dell’establishment germanico in merito all’euro. Trattasi infatti del fondatore di un “pensatoio” economico in passato molto vicino al governo Merkel e con cui collaborò anche Hans Werner-Sinn, il celeberrimo falco dell’ordoliberalismo tedesco, indi al di là dell’articolo in quanto tale (che invitiamo comunque a leggere per intero) è a nostro giudizio importante il non detto che però traspare riga dopo riga.

In pratica, con disarmante onestà intellettuale, l’articolo ci conferma rispetto ad una tesi che abbiamo sempre sostenuto su questo quotidiano: l’eventuale abbandono dell’eurozona da parte dell’Italia sarebbe sì una catastrofe, ma non per l’Italia. Il che è ovvio, e si può ben capire guardando al passato. Nel 1985 tramite gli accordi del Plaza gli Usa imposero de facto al Giappone una clamorosa rivalutazione dello Yen, che ne azzoppò per quasi 20 anni la crescita.

Non stiamo parlando del Congo o della Somalia: stiamo parlando della seconda economia del pianeta, probabilmente la prima sotto il profilo tecnologico della produttività, che comunque viene asfaltata dalla rivalutazione della sua divisa. I fessi del giornalismo sussidiato nazionale ci ripetono sempre che non è il cambio valutario a penalizzarci, ma la “mancanza di riforme”, qualunque cosa voglia dire. Ebbene, qualcuno ha il coraggio di sostenere che il Giappone sia un’economia poco dinamica, o che la burocrazia sia soffocante, o che la pressione fiscale sia penalizzante per le imprese? Evidentemente no.

Caso analogo sarebbe la Germania, il vampiro mercantilista oramai totalmente dipendente dalle esportazioni, che vedrebbe la propria disoccupazione schizzare alle stelle in caso di rottura dell’euro, il suo giocattolino svalutato. Contrariamente alla nostra classe dirigente, quella tedesca ha capito da tempo che l’euro prima o poi imploderà, e si stanno attrezzando per affrontare quello che, dal loro punto di vista, sarà una tragedia.

Se un’economia esporta otto punti di Pil ogni anno vuol dire che è profondamente malata, e di questo dobbiamo renderci conto anche se ci ripetono il contrario da sempre. Il mercantilismo è una follia sul piano economico, perché rende dipendenti dal mercato estero, lasciando la stragrande maggioranza della popolazione (essenzialmente, i lavoratori subordinati) ad un livello di reddito insufficiente per eventualmente assorbire la produzione domestica. È probabile che in caso di rottura dell’eurozona, il nuovo marco schizzerebbe verso l’alto rispetto alle principali divise internazionali (fra cui la lira) anche del 30%, e questo comporterebbe immediatamente il crollo dell’occupazione e la necessità per il governo di attuare politiche fiscali fortemente espansive per farvi fronte, cosa che per la mentalità tetragona del bottegaio medio di Salisburgo è un’autentica maledizione.

Con tutta probabilità, il neo-ministro per i rapporti con l’Europa Savona vuole puntare su questa linea per imporre all’Ue qualche riforma del suo modello di sviluppo. Siamo su una linea radicalmente alternativa rispetto a qualunque ipotesi riformista, ma gli facciamo comunque i nostri migliori auguri.

Matteo Rovatti

L’articolo Il terrore della Germania: così Berlino si sta attrezzando per il collasso dell’europroviene da Il Primato Nazionale.

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