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BLOOMBERG: ALL’ITALIA SERVE UN PIANO PER USCIRE DALL’EURO

Anche se le turbolenze politiche in Italia sono finite, almeno per ora, le questione che hanno provocate sono destinate a provocare nuove questioni nel futuro prossimo.

La coalizione populista che ha vinto le ultime elezioni ha proposto di mettere al Ministero dell’Economia Paolo Savona, un economista convinto che l’Italia debba avere un “piano B” per uscire dall’Euro. Il Presidente Sergio Mattarella ha posto il veto alla sua nomina. Dopo avere inizialmente insistito sulla designazione di Savona, i populisti anti-euro hanno trovato un altro lavoro per lui. I mercati si sono calmati, e il nuovo governo sta finalmente per prendere forma.

Mattarella ha ragione quando dice che parlare di un piano B minaccia l’Euro, e che il paese merita di porre la questione al centro della campagna elettorale prima di raggiungere una decisione. Ma anche Savona ha ragione, quando dice che l’Italia ha fatto un errore ad entrare nell’Euro. E se lasciare la moneta unica in questo momento sarebbe estremamente disastroso, il paese farebbe meglio, quanto meno, a progettare un piano per prepararsi ad uscirne.

Savona esagera quando sostiene che l’Euro sia una “gabbia tedesca”. La moneta unica ha fornito benefici alla microeconomia italiana, così come ad altri stati che lo hanno adottato, abbassando i costi commerciali con i paesi vicini e incoraggiando sia il turismo che gli investimenti.

Ma avere una moneta unica per tutti gli stati dell’area Euro comporta anche avere una politica monetaria comune. Questa politica monetaria ha funzionato male per l’Italia – e, sì, bene per la Germania.

David Beckworth, del George Mason University’s Mercatus Center, ha dimostrato che le politiche della BCE hanno funzionato molto meglio per i paesi centrali dell’Unione Europea che per quelli periferici. La sua analisi utilizza la “Regola Taylor”, una misura dei giusti tassi di interesse per una nazione basata sul suo tasso di inflazione, e sulle differenze tra il suo output economico potenziale e attuale. I tassi di interesse della BCE erano più adatti per i paesi centrali della UE che per quelli periferici. La politica monetaria, nei paesi periferici, era troppo morbida durante il boom che ha preceduto la crisi economica del 2008-2009, e troppo stringente durante la crisi stessa.

La politica monetaria si può giudicare parimenti nel modo in cui riesce a stabilizzare la crescita della spesa all’interno di un’economia. Anche da questo punto di vista, la BCE non ha dato una mano all’Italia. Prima della crisi, la sua spesa cresceva più di quella della Germania, e successivamente è cresciuta più lentamente – e in alcuni casi è crollata. Questi ondeggiamenti sono i segnali di una politica monetaria controproducente. I declini nella spesa sono, in particolar modo, dannosi: aumentano gli oneri dei debiti, e richiedono periodi dolorosi, e tipicamente lunghi, di adeguamento del mercato del lavoro.

Le diversità tra gli stati della UE erano inevitabili: se le politiche economiche della BCE avessero funzionato bene per l’Italia, sarebbero state viceversa destabilizzanti per la Germania.

Anche se le politiche della BCE sono criticabilissime -erano troppo stringenti per tutta l’Eurozona nel 2010 e 2011, per esempio- il problema principale è proprio la moneta unica. E non parliamo di qualcosa che è stato imposto agli italiani da qualcuno di esterno. La maggior parte degli italiani, secondo i sondaggi, vuole restare nell’Euro, forse per i suoi indubbi vantaggi microeconomici.

Per molti elettori italiani, senza dubbio, l’ideale sarebbe continuare a ottenere i benefici dell’Euro continuando ad avere salvataggi incondizionati dagli altri paesi. Ma non solo gli unici attori di questa tragedia ad avere delle preferenze inconsistenti e irrealistiche, per quanto comprensibili.

La Germania vuole continuare a mantenere sia gli aiuti degli altri paesi, sia l’inflazione, al minimo, continuando a rimanere all’interno della moneta unica. Anche se per ora l’Euro regge, genererà altre crisi in futuro. L’Italia dovrebbe tenere come asso nella manica un piano di uscita dalla moneta unica. E così dovrebbero farlo anche gli altri paesi.

(Da Bloomberg – traduzione di Federico Bezzi) – Oltre la Linea

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