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IL REGIME GIURIDICO DEL MOMENTO EDONISTICO DEL VALORE

La proprietà

La proprietà è il godimento dei beni giuridicamente garantito. Potremmo quindi dire che il diritto di proprietà si consolida nel godimento di due beni:

il bene oggetto del diritto e lo stesso diritto che garantisce appunto il godimento di questo bene. Su questa premessa si possono trarre alcune conseguenze di grande rilievo. Innanzitutto la distinzione
tra il concetto di “patrimonio” e quello di “proprietà”.
Nel linguaggio corrente siamo talmente assuefatti a concepire un qualunque bene come oggetto didiritto, che spesso non ci si rende conto della fondamentale differenza che esiste tra i due termini “patrimonio” e “proprietà”.
Quando parliamo di patrimonio facciamo una valutazione di sola natura economica: la valutazione patrimoniale è quella che ci consente di qualificare il bene (oggetto o non del diritto) come tale, in quanto
cioè idoneo a soddisfare un bisogno.
La proprietà è la somma di due valori:
a) la valutazione economica del bene considerato nella sua idoneità a soddisfare il bisogno;
b) la tutela giuridica che garantisce il godimento del bene.
Mentre il concetto di patrimonio è un concetto economico, quello di proprietà è un concetto giuridico
che come tale comprende anche l’economico strictu sensu, perché ogni diritto si dimensiona praticamente nella somma di due valori: e cioè un interesse economico giuridicamente tutelato e la tutela giuridica di questo interesse.
Si verificano invece delle concezioni antitetiche
del diritto di proprietà, a seconda che ci si muova da una concezione dualistica propria della tradizione romano-cristiana, che ha caratterizzato gli ordinamenti degli Stati occidentali; o si accetti invece una scelta di monismo hegeliano la cui proiezione giuridica realizza la proprietà come strumento personificato tipico degli Stati socialisti.

Interdipendenza tra caratteristiche
dell’ordinamento giuridico e caratteristiche
dei corrispondenti giudizi di valore

La conferma di questo assunto noi l’abbiamo
nella distinzione che corre fra l’atteggiamento psicologico dell’individuo che è sottoposto a un ordinamento a tradizione romana e quello di chi è sottoposto a un ordinamento di tipo socialista.
Poiché infatti il diritto oltre ad essere forma è
anche ed essenzialmente realtà spirituale, potremo dire che tra diritto e psicologia corre la medesima relazione che esiste tra due pareti di una membrana.
Al diritto di proprietà secondo il diritto romano
corrisponde l’atteggiamento psicologico dell’animus
domini che è consapevolezza del dominio non solamente della strumentalità del bene, ma anche del diritto, consapevolezza cioè del potere che giuridicamente è consentito nel godimento del bene.
Al diritto di proprietà secondo la concezione socialista corrisponde invece l’atteggiamento psicologico di chi considera il patrimonio come se fosse o “senza proprietario” o “proprietario di sé stesso”.
Anche su questo punto abbiamo la conferma della connessione che esiste tra la concezione dell’ordinamento e la corrispondente concezione politica e di filosofia dello Stato.
Quando si nega una concezione dualistica della realtà, sul piano della filosofia della pratica si determinano due conseguenze:

1) ridurre tutta l’utilità a utilità dell’io, poiche siè ridotta tutta la realtà dell’io pensante, confondendo “utilità” con “egoismo”;

2) confondere la ‘‘strumentalità”, qualità dell’oggetto, con la “capacità di godimento” che è invece qualità del soggetto e ciò perché si riduce, per quanto sopra rilevato, l’oggetto a soggetto. Quando ciò avviene, si verifica il fenomeno della personificazione dell’oggetto.
Naturalmente i paradossi e gli errori nati sul piano dell’astrazione filosofica e scientifica li ritroviamo trasfusi nella pratica instaurazione degli ordinamenti socialisti.
Quando infatti su tali premesse erronee, si definisce la società persona giuridica, come concetto senza contenuto umano, poiché è impossibile concepire una persona senza interesse, necessariamente si immagina l’interesse sociale, cioè della persona giuridica così concepita, come diverso da quello dei soci, considerato che le persone fisiche non sono la persona giuridica. E allora il concetto di bene comune diventa, come abbiamo già rilevato, esso stesso mitico e astratto.
Quando la saggezza popolare coniava la famosa affermazione: l’occhio del padrone ingrassa il cavallo, esprimeva con una immediatezza efficacissima un principio di enorme valore scientifico: il diritto è un bene immateriale in quanto soddisfa il bisogno della certezza del domani, e ciò che noi chiamiamo in termini di utilità psicologica, la certezza del diritto.
Se io Viaggio, ad esempio, a bordo di un’auto di mia proprietà ho un’utilità psicologica maggiore che non Viaggiando a bordo di un’auto in a titolo di cortesia.
Mentre il procedimento tecnico produttivo è identico, ciò che muta è la realtà spirituale. E questa realtà spirituale nasce dalla certezza della previsione del godimento futuro del bene che, in quanto garantito dall’ordinamento giuridico, consente un benessere spirituale, una utilità psicologica attuale.
È quel benessere psicologico di cui ha enorme bisogno la nostra generazione, perché la moda del materialismo ha fatto passare il complesso della colpa dal ladro al proprietario, nello stesso momento in cui, applicando alla pratica della Vita quella concezione allucinante del documento di Marx, metteva sotto accusa l’atteggiamento psicologico dell’ animus domini.
Come è vero che la filosofia della pratica materialista riduce l’etica a economia perché nega l’etica come categoria dello spirito, così sul piano pratico, il comportamento dell’individuo non può ammettere altro sacrificio che il sacrificio economico.
Questa deformazione psicologica che è tipica dell’uomo del nostro tempo ha una tradizione antica come è antica la tradizione dell’errore. Abbiamo tante forme di ordinamenti, tante forme di religioni che hanno deformato psicologicamente l’individuo in questo senso.
Molti sociologi hanno toccato questo tema: ricordo le magnifiche parole di Herbert Spencer che in un suo trattato di Sociologia riporta un’esperienza fatta da Jackson tra i popoli della Polinesia. Racconta Jackson che nelle isole polinesiane vivevano due gruppi etnici diversi: un primo gruppo che usava il cannibalismo e un altro gruppo che invece aveva dei costumi normali.
Analizzando le cause del comportamento degli antropofagi, Jackson spiega che questi uomini avevano una concezione materialistica dell’anima, cioè consideravano l’anima come un modo d’essere della materia e allora pensavano che mangiando il cadavere, ad esempio, del nemico ucciso in guerra, ne‘ acquistassero le qualità morali. Ma interessante è constatare -rileva Spencer- come i Figiani considerassero persone disoneste i Samoani perché non usavano il cannibalismo. ‘
L’Autore pone in rilievo come da una deformazione dei giudizi di valore nasca nell’uomo il pregiudizio teleologico per cui un atto Viene considerato utile non già per la sua effettiva concreta utilità ma “a seconda che sia conforme ‘o meno al culto stabilito”.
Questa forma di patologia della psiche si riscontra anche in molte forme di religioni degeneri. Così, ad esempio, nell’ismaelitismo il fedele offre al capo della sua setta tanto oro e preziosi quanto il peso del suo corpo, con un atteggiamento che noi occidentali consideriamo come una forma di pazzia. La ragione del comportamento irrazionale è qui determinata dal fatto che sul piano delle categorie dello spirito si e confuso sacrificio etico con sacrificio economico, sicché il sacrificio delle proprie ricchezze rappresenta per il fedele un atto di purificazione.
Altrettanto grave è la deformazione psicologica che si determina negli individui sottoposti al regime ispirato ai principi del materialismo giuridico. Quando il comunista nega la proprietà privata si sente punto da un senso di santità e di eroismo, quasi che invece di sacrificio economico facesse un sacrificio etico.
Come infatti abbiamo rilevato, poiché nella filosofia della pratica materialistica si riduce etica a economia, non può ammettersi altra possibilità di sacrificio che il sacrificio economico. E quando ciò avviene si determina nella psiche dell’individuo la somma di due valori: onestà e irrazionalità che unite insieme danno il fanatismo.
Come i Figiani consideravano persone disoneste i Samoani perché non usavano il cannibalismo, come l’ismaelita considera indegno chi si rifiuta di offrire le proprie ricchezze all’Aga Kan, così il comunista considera persona disonesta l’uomo normale perché si rifiuta di, immolare il proprio patrimonio al dio Stato.
Una grave deformazione dei giudizi di valore oggi sta esplodendo anche nei nostri insegnamenti universitari, specie in quegli Autori che pongono l’accento sulla cosiddetta funzione sociale della proprietà. Citiamo per tutti, a titolo di esempio, la tesi sostenuta da Ugo Natoli.
L’Autore dopo aver rilevato che il contenuto del diritto di proprietà è essenzialmente il godimento dei beni, quando definisce la “funzione sociale” di questo diritto, precisa che per tale deve intendensi: un dovere per la tutela di interessi altrui. Il paradosso che ne deriva risulta clamorosamente dalla somma di queste due affermazioni, talché il contenuto della proprietà dovrebbe consistere -secondo Natoli- in una forma di godimento… nel l’interesse altrui.
Come abbiamo dimostrato questa affermazione e il sintomo palese di una malattia culturale causata dal monismo hegeliano. E ciò perché solo su una premessa di monismo filosofico, ne può derivare sul piano pratico la confusione tra momento funzionale o strumentale (oggettivo) e momento edonistico (soggettivo).
Neanche un pazzo o un santo sarebbero capaci di godere nell’ interesse altrui. E allora è evidente che queste scuole realizzano delle vere e proprie forme inumane e antiumane di giudizi di valore, per poter concludere che l’unico soggetto capace di diritti di proprietà debba essere una persona diversa dalla persona umana, cioè lo Stato inteso come fantasma, come mito, come entità personificata solo canvenzionalmente e carente di contenuto umano.
Queste scuole di pensiero sono, dunque, dei veri e propri strumenti per realizzare ‘una strategia culturale di dominazione che ha lo scopo di mascherare dietro la facciata della proprietà del fantasma-stato,
la sostanza della attribuzione della proprietà ai governanti: la classe dominante.
Solo cosi sono infatti possibili colossali atti di esproprio perché realizzati sulla anestesia psicologica dei proprietari. Solo così si consente -sulla pianilicazione della cosiddetta “coscienza socialista” -la nazionalizzazione delle ricchezze col plauso dei cittadini i quali giudicano ormai come atto di giustizia il furto di Stato in loro danno. Non v’è ormai chi non avverta la grave pericolosità di questa deformazione dei giudizi di valore, specie se realizzata nella mente dei giovani che mancano della esperienza e della maturità per difendersi dagli attentati al loro equilibrio culturale.

Distinzione tra “Comunismo” e “Comunione”

Ma questo è solo un atteggiamento critico: si impone ora il dovere di dimostrare con una indagine
sull’ordinamento legislativo dello Stato sovietico che il nostro assunto è vero.
L’ordinamento dello Stato socialista è malato da un paradosso che forse proprio perché troppo evidente fino ad oggi è sfuggito all’attenzione dei teorici dello Stato.
Si possono infatti trovare nell’ordinamento sovietico una enorme quantità di leggi che considerano il momento della produzione, ma non una legge che garantisca giuridicamente al cittadino il godimento dei beni mediante il riconoscimento di una pretesa giuridica nei confronti del potere produttivo.
E chiaro che fra produzione e godimento dei beni vi è un rapporto funzionale, cioè un rapporto necessario. Se io non sono certo di godere del risultato di una mia attività e dell’uso di determinati strumenti che rispetto allo scopo edonistico sono in rapporto di dell’art. 6 del capitolo I della costituzione sovietica Dispone questa norma: «La terra, il sottosuolo, le acque, i boschi, le officine, le fabbriche, le miniere, le cave, i trasporti ferroviari, acquei e aerei, le banche, i mezzi di comunicazione ecc. sono di proprietà dello Stato» e si badi bene a questo punto il legislatore soggiunge: cioè patrimonio di tutto il popolo.
Diceva un filosofo che non è necessario distinguere dove la distinzione non è necessaria: cioè è necessario distinguere dove è facile confondere. Sentiamo l’esigenza di fare questo rilievo per vedere quale sia stata la deformazione psicologica, portata alle sue estreme conseguenze, della teoria socialista, quando ha finito per negare la proprietà al cittadino per attribuirla all’organo statuale.
Quando infatti l’art. 6 parla di proprietà di Stato, non può intendere che proprietà dell ’organo dello Stato, ché altrimenti anche lo stesso linguaggio del legislatore sovietico non avrebbe avuto bisogno di coniare un nuovo termine: comunismo.
Se si afferma che il patrimonio dello Stato è di proprietà di tutti i cittadini, si dovrebbe attribuire la titolarità di un patrimonio, il cui godimento è giuridicamente garantito, a una collettività, ma allora il diritto romano aveva già coniato il termine communio e la comunione è un modo di essere della proprietà privata.
Che significato ha invece la parola comunismo? Comunismo non è proprietà di cittadino, perché la proprietà di cittadino è, e non può essere altro, che proprietà privata.
E allora quando le scuole comuniste negano la proprietà privata sui mezzi di produzione è chiaro che non possono affermare di intendere la dizione del citato art. 6 della costituzione sovietica nel senso che la proprietà dello Stato sia di tutto il popolo cioè di tutti i singoli individui che compongono il popolo.
L’uomo della strada pensa abitualmente che la parola comunismo significhi comproprietà e su questo equivoco si regge fondamentalmente la carica rivoluzionaria del proletariato.
È tempo che questo errore venga definitivamente e radicalmente eliminato.
Il concetto di comunismo marxista è completamente differente e antitetico, infatti, a quello di comunione, perché comunismo non è proprietà di popolo, cioè comproprietà fra i cittadini, ma attribuzione del potere patrimoniale al potere politico.
Quando andiamo ad analizzare come si determini praticamente nella società comunista il modo di Vivere degli individui, noi ci rendiamo conto che la distribuzione dei beni di consumo è attuata mediante l’esercizio di un potere discrezionale da parte dell’organo dello Stato, cioè da parte; di chi detiene il potere politico. La discrezionalità del potere politico non è qui limitata al solo momento funzionale, cioè al solo momento della tutela giuridica, ma viene spinto fino all’estremo del momento edonistico dell’utilità.
Tanto è vero ciò, che nel sistema socialista alla pianificazione della produzione segue necessariamente la pianificazione dei consumi.
Siccome proprietà è “godimento giuridicamente protetto dei beni” e siccome l’organo è “le persone fisiche che esercitano la funzione”, quando si attribuisce la proprietà all’organo, si ammette l’assurdo che il componente l’organo possa godere per conto dei cittadini.
In fondo quando Menenio Agrippa, con la solida saggezza romana, parlava delle membra ribellatesi allo stomaco con danno di tutto il corpo, poneva il problema del dimensionamento nel tempo di una concezione del valore in modo da distinguere il momento strumentale, che attiene alla funzione dell’organo, dal momento edonistico che attiene al diritto dell’associato.
Il concetto di rapporto organico che lega lo Stato al cittadino o è retto secondo i principi del diritto romano o non ha ragione di esistere, perché altrimenti noi andremmo a creare un rapporto organico senza funzionalità in cui cioè non è lo Stato che serve il cittadino, ma il cittadino che serve lo Stato.
Quando questa deformazione psicologica si determina, all’irrazionalità dell’ordinamento corrisponde; nella pratica della vita, una concezione allucinata di tutto il mondo dei valori spirituali, perché tutti i giudizi di valore vengono deformati.
Date” le inesatte premesse da cui muovono le tesi socialiste è evidente che, una volta negato il diritto come sintesi di realtà spirituale e formale, e quindi la strumentalità del diritto, nell’ordinamento socialista al cittadino non è consentita altra forma di godimento che quella meramente fisiologica dei beni.
Poiché tuttavia, malgrado la negazione teorica dell’esistenza del diritto, in concreto è impossibile che nell’ambito di una società un patrimonio resti senza proprietario, in effetti sotto la parvenza di un astratto interesse sociale, si attribuisce la proprietà, cioè la capacità del godimento giuridico dei beni, esclusivamente ai componenti il potere politico.
Anche se il cittadino gode fisiologicamente ed economicamente dei beni prodotti, questo godimento non è altro che una forma di godimento indiretto da parte del detentore del potere politico.
Il cittadino non potrà mai avere in questi sistemi la certezza del domani perché gli manca il controllo della fonte delle ricchezze; egli sarà sempre in balia del beneplacito del potere politico, il quale potrà arrivare fino a negargli i beni di prima necessità.
Se dovessimo con un esempio esprimere la differenza tra la posizione del cittadino e quella dell’uomo politico, nel sistema socialista potremmo immaginare due persone di cui l’una ha una fontana e l’altra un fiasco d’acqua.
L’uomo alla fontana e l’uomo politico e quello al fiasco e il cittadino. Come potrà mai l’uomo col fiasco liberarsi dalla subordinazione all’uomo con la fontana se non gliela leva?
Senza la proprietà sui mezzi di produzione il cittadino è quindi nella condizione di non “poter pretendere nemmeno i beni di consumo» e allora, perdendo questa libertà fondamentale, diventa oggetto di diritto, cioè giuridicamente incapace.
Non a caso si è verificata la coincidenza storica dell’avvento degli Stati, socialisti e della necessità della salvaguardia dei diritti fondamentali della persona umana.

Giacinto Auriti

Il valore del diritto Editore Solfanelli

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