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Il “disordine economico pilotato”. Il commento di Alberto Negri sul G7 in Canada

di Alberto Negri* – Linkiesta
Cosa ci possiamo aspettare dal G7 in Canada lo esemplifica molto bene l’ultima copertina dell’Economist. Donald Trump è raffigurato a cavalcioni di una palla per la demolizione degli edifici: l’obiettivo è frantumare le istituzioni internazionali, il multilateralismo e le vecchie regole per costruire al loro posto una nuova geopolitica dove l’America rimane vincitrice. L’idea del presidente americano è quella di trascinare i suoi partner in negoziati bilaterali sempre più vantaggiosi per gli Stati Uniti. Una strategia che nei suoi intenti potrebbe dividere ancora di più l’Unione europea.

Il disordine pilotato è una teoria che gli Stati Uniti – dopo averla applicata malamente con altre amministrazioni repubblicane, in particolare in Medio Oriente – sperano adesso di utilizzare per ricavare un nuovo posizionamento globale. Non è necessariamente una dimostrazione di forza imperiale da parte della superpotenza americana, come dimostra la sprezzante risposta russa allla proposta di Trump di tornare al tavolo del G8. Tentare di abbattere le strutture multilaterali create dopo la seconda guerra mondiale – inclusa l’Unione europea – è di fatto l’ammissione che non le governano più come vorrebbero.

Ma forse, dopo i successi iniziali, questa strategia di “The Donald” si potrebbe risolvere in una pericolosa illusione: alleati e avversari, nel medio e lungo termine, saranno sempre meno inclini a riconoscere la leadership Usa e la sfideranno economicamente e militarmente dove sarà loro possibile. Si prepara il nuovo disordine mondiale, che la Russia e la Cina hanno ben compreso.

È l’ultima fase dell’età della destabilizzazione che dovranno affrontare in futuro l’Europa e l’Italia: questo è il messaggio che proviene del G7 in Canada.

Certo questo non è il solito G7 noioso, con le foto di rito e un comunicato finale criptico che di solito diceva tutto e niente; anzi questa volta potrebbe non esserci neppure o avere soltanto la firma degli altri 6 e non degli Usa. Questo è già, in fondo, il G7 della rottura. Di sicuro nell’inquadratura finale del meeting in Canada non ci sarà Trump che se ne va quasi subito per concentrarsi sul summit con il leader nordcoreano Kim jong un a Singapore. Un segnale studiato apposta per sottolineare la scarsa considerazione del presidente americano per gli alleati, già colpiti dall’aumento unilaterale delle tariffe doganali su alluminio e acciaio.

Al G7 di Chalevoix nel Quebec si sta per consumare, in poche parole, il consenso storico sul libero mercato e la coesione sul alcuni principi fondamentali che aveva caratterizzato per decenni i Paesi più ricchi del mondo.

Trump avrebbe definito con i suoi collaboratori il G7 “una perdita di tempo”, secondo quanto riportato dal Washington Post: lo slogan “America First”, nell’ interpretazione del presidente, significa che la sua leadership e quella Usa non si vogliono più affidare alle istituzioni multilaterali ma puntare sui rapporti bilaterali dove Trump fa conto sulle sue qualità da esperto negoziatore d’affari. Ma la diplomazia è una cosa diversa dalla trattative private e può riservare delle sorprese.

In ogni caso si sta creando in Canada una sorta di fronte anti-protezionismo con Francia, Germania, Canada, Giappone, anche lui un forte esportatore, e che include una Gran Bretagna in fibrillazione che dopo la Brexit è alla disperata ricerca di mercati alternativi.

Quanto all’Italia, dopo l’uscita sulla necessità di ridiscutere le sanzioni alla Russia – il cui rinnovo sarà deciso il 28 giugno a Bruxelles – forse il nuovo governo accarezza l’idea di smarcarsi negoziando con Washington soluzioni da hoc. Anche questa però è una strada tortuosa, già in gran parte chiusa perché è l’Europa a trattare direttamente con Washington sull’aumento dei dazi. I margini ci sono invece sulle sanzioni all’Iran: anche qui gli Usa hanno di fronte uno schieramento contrario e al G7 verrà saggiata la sua consistenza. Ma fare meno danni possibili al debutto è forse il mantra che si deve ripetere in Canada il nuovo e inesperto presidente del Consiglio.

via L’Antidiplomatico

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