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I tre motivi della guerra in Yemen: ecco cosa vogliono gli Stati coinvolti

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla Siria, con le potenze del globo ad accordarsi sulla fine della guerra, in Yemen prosegue un altro conflitto che rischia di trasformarsi in fondamentale. Perché se la guerra in Siria ha dimostrato di essere il centro dello scacchiere mediorientale, lo Yemen potrebbe prenderne il posto nel momento in cui finirà la tragedia siriana.

Non si può dimenticare questa guerra. Non lo si può fare per il disastro umanitario in corso, ma non lo si può fare neanche per l’importanza strategica del conflitto. Perché quando la terrificante guerra siriana sarà conclusa, sarà quella yemenita a diventare il conflitto peggiore del Medio Oriente.

L’importanza strategica dello Yemen

Il rischio della guerra in Yemen è che se ne faccia esclusivamente una narrazione umanitaria. Si è parlato dei morti fra i civili, del colera, dell’impegno delle Nazioni Unite per evitare una catastrofe umanitaria. Ma il pericolo è che ci si dimentiche perché è così importante uno dei Paesi più poveri del Medio Oriente.

Basta saper leggere una carta geografica per comprendere la portata strategica di questo conflitto. E basta quello per capire come mai Al Qaeda si sia sviluppata in quelle regioni e perché anche gli Stati Uniti abbiano interessi a svolgere le proprie operazioni di guerra in un conflitto che sembra interessi poco a tutti. Ma che in realtà interessa molto più di quanto si possa immaginare.

Posto all’estremità della Penisola arabica, tra il Golfo di Aden e il Mar Rosso, lo Yemen è un Paese davanti al quale scorrono milioni di barili di petrolio al giorno, milioni di tonnellate di merci e gli interessi geopolitici di tutte le potenze mediorientali e internazionali. Il tutto con la cornice della guerra globale all’Iran, che in Yemen ha gli Houti come avamposto politico e militare.

Hodeidah e il controllo delle rotte del petrolio

La recente offensiva dell’esercito yemenita e degli Emirati Arabi Uniti contro il porto di Hodeidah è la chiara dimostrazione degli interessi strategici di questa guerra. L’assedio alla città, fino ad ora in mano agli Houthi, ha l’obiettivo non solo di strappare il porto ai ribelli, ma anche di acquisire una postazione fondamentale per controllare le rotte del Mar Rosso.

La fascia costiera dello Yemen, in particolare quella dello stretto di Bab el Mandeb ha un’importanza strategica enorme. Tutti i Paesi rivieraschi, dall’Arabia Saudita a Israele vivono anche grazie alle importazioni che passano per quello stretto. Se è fondamentale il Canale di Suez, lo è ancora di più lo stretto che ne rappresenta la porta.

Il petrolio che scorre attraverso questa rotta è una delle chiavi di lettura per capire il motivo dei questa sanguinosa guerra. La quantità di petrolio in transito nel Mar Rosso era di circa 17 milioni di barili al giorno nel 2009. Nel 2015, la cifra era scesa sotto la soglia dei 4 milioni. Un segnale eloquente di quanto questa guerra incida su una delle chiavi per capire il Medio Oriente: il petrolio.

La corsa per Bab el Mandeb

Attraverso Bab el Mandeb, uno dei più importanti choke point del mondo, passa circa il 5% della fornitura mondiale di petrolio e il 10% del commercio mondiale. Come riporta Mediterranean Security, “la EIA (Energy Information Administration), ossia l’autorità statunitense per l’energia, ha calcolato che nel 2016 il volume di greggio transitato per lo stretto sia stato di 4,8 milioni di barili al giorno“. Il petrolio scorre, dunque.

E il fatto che questo stretto sia circondato da Stati debolissimi, in mano a potenze straniere o in crisi umanitarie senza fine, non può essere considerata una coincidenza. La corsa per ottenere il controllo va di pari passo con la volontà di molte potenze di non avere competitor nell’area.

Tutte le potenze coinvolte nel conflitto stanno assumendo il controllo di aree strategiche della regione, dalle isole ai porti, fino a inviare continuamente navi da guerra per monitorare il passaggio delle rotte commerciali e delle marine militari dei Paesi in conflitto. Non a caso, lo Yemen si trova di fronte a Gibuti, uno dei Paesi più denso di basi militari di tutte le potenze internazionali.

Basta osservare le mosse degli Emirati Arabi Uniti. Oltre a conquistare l’isola di Perim e provare a prendere il controllo di Socotra, gli Emirati stanno cingendo d’assedio il porto di Hodeidah, hanno costruito una base in Somalia e stanno intensificando le relazioni con l’Eritrea, sempre di fronte alle coste yemenite.

L’assedio all’Iran continua in Yemen

Agli interessi economici, che rappresentano una delle matrici di questa guerra, si interseca, in maniera quasi inscindibile, la guerra contro l’Iran. Lo scontro tra Iran e blocco composto da monarchie del Golfo, Israele e Stati Uniti si ripercuote ovviamente (e come noto) anche in Yemen, dove gli Houthi rappresentano l’avamposto di Teheran in quel settore strategico.

La guerra serve alla coalizione saudita per contrastare l’Iran e la sua capacità di esportare petrolio. Teheran, grazie all’alleanza con l’Oman, controlla lo stretto di Hormuz. Ma il petrolio iraniano deve passare anche per Bab el Mandeb se vuole transitare verso il Mediterraneo.

Se la guerra in Siria ha certificato la sopravvivenza di Bashar Al Assad, e dunque di un alleato del governo iraniano, in Yemen la questione è ancora molto incerta. E in questo martoriato Paese, ci sono tutti gli elementi per trasformarlo in una Siria bis.

C’è il terrorismo islamico, c’è lo scontro tra Iran e sauditi, ci sono gli interessi dei Paesi alleati degli Stati Uniti, c’è la volontà di Israele di tenere libera quella rotta. E ci sono le superpotenze mondiali interessate al controllo di un’area strategica marittima di eccezionale importanza.

L’articolo I tre motivi della guerra in Yemen:
ecco cosa vogliono gli Stati coinvolti
 proviene da Gli occhi della guerra.

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