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Regno delle Due Sicilie: altro che briganti Fu una resistenza contro un’invasione

Il Regno delle Due Sicilie aveva delle eccellenze venne depredato a vantaggio del Settentrione

di Matteo Sacchi

Quali sono gli argomenti più forti di coloro che sostengono che il Regno delle Due Sicilie con l’ingresso nel regno di Italia ebbe – economicamente, socialmente – solo da perderci? Lo speciale di Storia in rete intitolato Savoia vs Borbone ne fa una belle cernita, attingendo alle opere di molti degli autori più noti nell’aver cercato percorsi diversi da quelli della storiografia più battuta sul Risorgimento: da Gennaro De Crescenzo a Pino Aprile passando per Gigi di Fiore.

Partiamo dall’economia. Per quanto la pubblicistica inglese, sin dalle lettere di William Ewart Gladstone del 1851, descriva il regno borbonico come un luogo arretratissimo, gli storici che rivalutano i Borbone pongono l’accento su quelli che secondo loro sono chiari segni di sviluppo del Regno. Il più noto è il primato ferroviario della Napoli-Portici, la prima strada ferrata della Penisola (lunga 7,5 chilometri) del 1839. Ma sono molte le industrie specializzate del Sud, spesso nate direttamente con patrocinio Reale, che sono state riscoperte negli ultimi anni: le Reali Officine di Mongiana (armi), una cantieristica sviluppata, il perfezionamento a livello altissimo delle tecniche di produzione delle ceramiche… Si pone anche molta attenzione ai dati statistici che – pur con l’affidabilità limitata dell’epoca – lasciano in più casi intendere come i livelli occupazionali del Sud erano più alti di quelli di alcune regioni del Nord; e anche l’apporto alimentare medio era maggiore.

Tutti dati che, invece, precipiterebbero verso il basso dopo «l’occupazione» piemontese. Una occupazione che, secondo la maggior parte di questi autori, si sarebbe volta rapidamente in predazione di ricchezze. Secondo alcuni, come Pino Aprile (lo ha sostenuto nel suo saggio Carnefici, 2016), addirittura in un vero e proprio genocidio. I metodi utilizzati contro i «briganti» (etichetta che funzionava benissimo per delegittimare i sostenitori del passato regime) furono quanto mai brutali.

Ed è questo uno di quei temi in cui la storiografia che potremmo definire «borbonica» è riuscita a mettere in piena luce episodi che, indubbiamente, furono molto violenti. Un esempio può essere il caso della distruzione dei paesi di Pontelandolfo e Casalduni. Nei pressi dei due abitati un contingente di 40 bersaglieri e 4 carabinieri, nel giugno del 1861, venne aggredito da bande di legittimisti sostenute dagli abitanti locali. I soldati del Regno d’Italia vennero prima costretti alla resa e poi massacrati (si salvarono soltanto in due). La risposta del generale Cialdini a questo atto, inumano anche per i criteri del tempo, fu ancora più inumana. Ordinò di fare terra bruciata, distruggendo completamente le due località. Gli ordini prevedevano non venissero passati per le armi donne e bambini. Ma andò diversamente…

Il livello di violenza dello scontro tra «briganti» e truppe regie fu altissimo. Come è chiaro che la tassazione elevata e la mancata eliminazione del latifondo colpirono duramente la popolazione meridionale. Secondo molti storici i quali rivalutano l’amministrazione borbonica, gli effetti furono così gravi da spiegare il calo demografico che, secondo la documentazione disponibile, sembrerebbe caratterizzare buona parte del territorio meridionale. Il genocidio di cui appunto parla Pino Aprile. A questo andrebbero sommate politiche chiaramente volte a favorire le industrie del Nord del Paese e a far gravare tutti i costi del conflitto sugli «sconfitti».

Abbastanza, secondo alcuni, per attribuire il divario nord-sud non a una situazione preesistente ma proprio dalle scelte portate avanti da Casa Savoia e dai suoi ministri intenti a trattare il Sud alla stregua di una colonia, più che di un «pezzo» di una nazione unitaria.

 

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