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Albania, quella trasformazione che non ti aspetti

Albania – Non ieri, non anni addietro, bensì seicento anni fa quando l’eroe nazionale albanese, lo stesso che oggi spicca  altezzoso nella magnifica piazza verde a lui dedicata, liberò il suo popolo dalla dominazione degli Ottomani, dopo essere stato rapito da giovane e addestrato da questi ultimi. Ed è proprio da qui che occorre iniziare per capire cosa spinge gruppi di giovani albanesi del ventunesimo secolo a parlare del loro grande antenato di fronte una sigaretta che rapidamente si consuma, tuttavia mai quanto quel sentimento di patriottismo.

AlbaniaTra palazzi moderni e spazi così grandi da permettere il passaggio dell’esercito in epoca comunista, oggi la capitale Tirana che conta circa un milione di abitanti, è abbellita in ogni suo angolo con una bandiera raffigurante il simbolo albanese: l’aquila, l’“uccello benedetto”(come riportò Sami Frashëri nella sua opera “Shqipëria ç’ka qënë, ç’është e ç’do të bëhet”). Simbolo su sfondo rosso che però puoi trovare dovunque, dalla strade ai palazzi e poi ancora nei banconi dei negozi, dei ristoranti, nel portacenere o all’interno di una macchina come capitato a noi durante il nostro lungo viaggio dalla capitale alle città circostanti dell’Albania del Sud.

Un paese che oggi, come  vediamo anche nell’immagine lussuosa delle due grandi torri al centro di Tirana costruite in omaggio delle Twin Towers distrutte quell’11 settembre, sembra essere tanto devoto agli Usa, sostenitori nella loro rivalità con i serbi e finanziatori di numerose opere, non senza contare però la marcata presenza militare nello stesso territorio albanese. Numerosi e non meno importanti anche i “resti” tangibili della storica presenza italiana in Albania, durante il fascismo: dai ponti, alle strade, ai palazzi colorati di Tirana dove oggi si trovano le più importanti sedi dei Ministeri del Governo.

“Quando ci troviamo negli altri paesi per motivi di lavoro non possiamo fare a meno di adattarci parlando la loro lingua – ci ha riferito un padre di famiglia fiero delle proprie origini – Ma quando torno nel mio paese la mia sola lingua è l’albanese, è una regola che devono rispettare anche i miei figli”. Furono gli anni d’oro quelli in cui migliaia di albanesi emigravano in Italia come in Grecia e così via per poi trovare lavoro, dai più umili alle imprese di costruzione, e spedire gran parte del guadagnato nella propria patria. Discorso a parte poi, i numerosi traffici di droga che hanno purtroppo fatto di questo paese una delle principali  tappe dell’asse dei traffici di eroina in Europa, come quello che collega Albania-Kosovo-Bosnia Erzegovina-Croazia-Slovenia-Italia.

Investimenti, quelli all’estero, i cui frutti sono adesso ben visibili in Patria: mattone dopo mattone, diversi fenomeni ( come la differenza di  valore della stessa moneta nazionale Lek dall’Euro) hanno favorito l’evoluzione e la costruzione di moderni edifici e strutture: perfino le case di campagna, dove si respira un clima completamente diverso da quello di città ma molto più semplice e salutare, presentano usualmente pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua e non solo.

E’ proprio in campagna che le tradizioni sembrano sopravvivere con orgoglio: dalla cucina ricca di semplici quanto genuini alimenti alla concezione sacra della famiglia, di quel nucleo sempre più disgregato in molte società occidentali dove prende posto l’entità della famiglia allargata. Un po’ particolare invece la condizione della donna in Albania , tema che tuttavia merita considerazioni diverse a seconda se ci spostiamo al Nord o al Sud della stessa: nella parte settentrionale infatti, quella più integrata in regioni montagnose, continua a vigere il famoso codice delle montagne o legge del Kanun che, nonostante consideri la donna “intoccabile” perché sacra, non risulta molto conosciuta e spesso favorisce numerosi delitti di sangue che nell’Albania del Sud non fanno più notizia se non compassione.

E se al sud l’usanza dei matrimoni combinati risulta ormai quasi rara, al nord continua a vigere indisturbata, costringendo ragazze di giovane età a prendere per sposo una persona spesso sconosciuta e alla quale dovranno “ubbidire” per tutta la vita secondo antichi valori del sistema patriarcale.

Proprio nel meridione infatti la donna la vedi camminare in città in minigonna, elegante e truccata proprio come una donna europea che non accetta alcun velo a coprire il suo viso. Nella donna albanese puoi scorgere la contraddizione di un paese radicato nelle origini musulmane ma che tende ad “allargare” le proprie frontiere candidandosi ad entrare nell’Unione Europea. Un paese sempre più integrato nei modi e nei costumi occidentali e che oggi, grazie anche ad importanti accordi come quello di Schengen, si inserisce sempre di più nel regime di libera circolazione degli altri Stati membri della Comunità.

Parlando di commercio ed integrazione, risulta dunque doveroso non tralasciare quello che ai nostri occhi sembrerebbe un “fenomeno al contrario”: ad emigrare nel paese delle aquile, adesso, sembrerebbero proprio gli italiani che fuggono da un’Italia sempre più colpita da una crisi condivisa con molti altri paesi membri dell’Eurozona, un paese dove arrivare a fine mese risulta essere oramai una missione quasi impossibile da realizzare. Sono tanti i pensionati italiani che si lasciano alle spalle lo stivale per godersi la pensione in Albania dove, merito anche di una burocrazia più dolce verso le imprese, i costi risultano tanto ridotti quanto proporzionati a stipendi medi da 200 o 300 euro. Altro discorso poi i ventenni italiani che decidono di rovesciare la ruota dell’emigrazione scegliendo di aprirsi, in territorio albanese, attività che in Italia non avrebbero potuto inaugurare se non con ingenti tasse e pagamenti allo Stato. Altrettanti quelli che decidono di iscriversi nelle numerose università private che il territorio offre: famosa, in questo caso, è la vicenda del figlio di Umberto Bossi, Renzo, che si sarebbe laureato presso l’Università Kristal di Tirana.

Dal comunismo alla dittatura di Hoxa, dalla statalizzazione esasperata all’isolamento dall’Europa, l’Albania che nel 2012 ha festeggiato, con un’immensa torta al centro di Tirana, i cento anni di indipendenza dall’Impero ottomano, attualmente è governata da una sinistra uscita con successo vincente dalle recentissime elezioni. Ma al di là della politica e dei giochi di potere, del nazionalismo esasperato spesso confuso con un sano patriottismo, in Albania trovi poi anche quelle persone che, pur ricordando la propria storia, non hanno bisogno di un nemico serbo per essere buoni albanesi, prima di  persona che in bandiera.

Fonte Il Faro sul Mondo

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