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Un Boomerang il caso Di Maio, cresce il M5S. Italiani non credono più alla buona fede dei media

Il caso Di Maio e i lavoratori in nero si rivela un boomerang. L’opposizione al governo la fanno i giornalisti di sinistra. Il nuovo quarto Stato

di Antonio Amorosi

la dura verità è che la realtà è più forte delle cazzate del circo mediatico.

Infatti l’ottima inchiesta delle Iene sul caso Di Maio (senza ironia e non sono neanche giornalisti iscritti ma hanno fatto questo “sporco” lavoro) e il bombardamento mediatico successivo non hanno procurato il tonfo atteso nei sondaggi. A sorpresa Swg per il TgLa7 di Mentana dà il M5S in risalita, dal 26,5% al 27,3%, e anche gli istituti demoscopici che rilevano dati negativi li descrivono come minimi rispetto a quelli passati. Sembra un’inversione di tendenza anche se è presto per dirlo. Merito di tre fattori. Primo: la gente comune che ha un’attività si ritrova nelle stessa situazione del padre di Di Maio, quando deve decidere se pagare tutte le tasse e licenziare qualcuno o trovare un altro modo per tirare a campare. Secondo: la capacità dello stesso Luigi Di Maio di gestire il caso, senza minacciare o attaccare l’autore dell’inchiesta e al contrario riconoscere gli addebiti. Terzo: l’inattendibilità di molti detrattori che compongono il fronte mainstream dei media, troppo concilianti con i gruppi di interesse economico che negli ultimi 25 anni hanno predato l’Italia fino al midollo (e per questo considerati dagli elettori poco credibili).

Di recente a conferma del quadro è stato pubblicato un sondaggio dal sociologo Ilvo Diamanti: il 75% degli italiani ritiene che l’informazione giornalistica non sia obiettiva, perché troppo legata a interessi politici ed economici. Atteggiamento verso l’informazione, spiega Diamanti, consolidato.

Poichè non esiste più la sinistra delle fabbriche e dei quartieri popolari, cioè una forza politica in grado di fare opposizione al governo in carica, la sinistra mette in campo un altro tipo di opposizione, quella delle tv e dei giornali, capeggiati principalmente da La Repubblica. Proprio come ricordava in tv a Otto e Mezzo uno dei fondatori, il finanziere Carlo De Benedetti, “Repubblica è un giornale politico, nato per essere un giornale politico e la politica negli ultimi 40 anni si è fatta su Repubblica”. I “comunisti col Rolex” fanno opposizione in questo modo.

La sinistra resta molto forte in questo Paese, nonostante oggi governi un’alleanza giallo-verde (M5S-Lega), perchè da decenni, come esortava Antonio Gramsci, ha occupato quelli che il filosofo comunista chiamava “apparati egemonici o ideologici di Stato” e che determinano le politiche di un Paese (la scuola, la cultura, le tv, l’editoria, la pubblica amministrazione, la magistratura, la sanità, eccetera) cioè quelle strutture in grado di condizionare l’opinione pubblica e le scelte che si fanno in Italia. L’intellighentia di sinistra che si fa magistrato o che diventa dirigente scolastico o anchorman televisivo non sono dei singoli attori ma soggetti attivi, parte di una strategia collettiva che paga anche in termini di affermazione personale.

In più, oggi, anche i canali Mediaset di Silvio Berlusconi picchiano fondamentalmente sugli stessi canovacci, accerchiando il governo.

In questo momento storico i media mainstream italiani non sembrano fare informazione ma politica al fine di direzionare le scelte del singolo elettore che però si ritrova tutti i giorni subissato da drammi ben diversi dal caso Di Maio: le difficoltà a sopravvivere o gestire un’impresa, fare i conti con una burocrazia brutale che lo stritola, con uno Stato inefficiente che lo perseguita e con i mille balzelli e tagli ai servizi pubblici, ect, ect.

La distanza tra le condizioni di vita della gente e lo storytelling della realtà produce il rigettodell’elettorato e la crescita del consenso al governo. Ma fino a quando durerà? Quanto ancora l’elettorato giallo-verde terrà ferme le proprie convinzioni?

Quando M5S-Lega saranno in grado di far sedimentare nella società italiana un ceto intellettuale capace di raccontare un’altra Italiaallora la musica cambierà. Per il momento va in onda il “Di Maio l’ingenuo” e il “Salvini il rude”.

Ma è proprio negli “apparati ideologici di Stato” che si gioca la sfida lanciata dai ceti popolari che con il voto del 4 marzo hanno chiesto un forte cambiamento al Paese. Un cambiamento reale, in tutti i settori strategici della società, oltre che di racconto. Per adesso resta in piedi la domanda. Vedremo se il governo sarà in grado di ascoltarla.

 

Fonte affaritaliani.it

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