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Quando l’élite inventa “il popolo contro l’èlite”

E crearono i populisti a loro immagine

Correva l’ottobre 2016: la Brexit era già cosa fatta e, di lì a poco, Donald Trump avrebbe conquistato la Casa Bianca. Uscimmo allora con un articolo dal sintomatico titolo “Populismo: quando l’oligarchia perde il controllo della democrazia”, dove anticipavamo di circa uno o due anni un tema che avrebbe poi dominato il tema politico successivo : “la rivolta del popolo contro l’élite”. Allora eravamo giovani ed inesperti e commentavamo le ombre sul muro della caverna: ricorrevamo a valide argomentazioni e brillanti spunti, ma commentavamo pur sempre ombre. A distanza di due anni, è tempo di tornare sull’argomento e correggere gli errori, tanto più che il dibattito “popolo contro élite” domina ancora la scena e sembra ingannare la maggior parte dell’opinione pubblica.

Partiamo dai concetti validi del nostro precedente articolo: qualsiasi forma di governo (monarchico, oligarchico, democratico) si basa su un’élite e, di conseguenza, lo scontro tra diversi Stati non è nient’altro che uno scontro tra élite diverse. L’élite esprime una linea politica di medio-lungo termine, sceglie il modello di sviluppo economico, stabilisce persino ciò che è buono e bello. Il popolo si può definire come uno “strumento al servizio dell’élite”, che teoricamente avrebbe interesse al benessere delle masse non soltanto per “usarle” nello scontro contro le altre élite, ma anche per conservare il potere. Nulla vieta, infatti, che in seno al popolo si formi “una nuova élite” che, sfruttando le debolezze della precedente, si lanci alla conquista del potere: illuminanti, a questo proposito sono “avanguardie del proletariato” di leninista memoria.

Posto che la storia la storia è fatta dall’élite, possiamo quindi smontare (come peraltro avevamo già iniziato a fare nel 2016) la teoria del “popolo contro l’élite”: il popolo segue, l’élite avanza. La domanda successiva è: i populisti rappresentano una nuova élite, in netta opposizione a quella precedente? Si può parlare di uno scontro tra élite? I brexiters, Trump, i pentaleghisti ed i gilets jaunes sono le nuove “avanguardie del popolo”? Beh, se così fosse, se rappresentassero davvero una nuova élite, dovremmo osservare un qualche cambiamento nel loro approccio in politica estera: lungi dal fare l’interesse del popolo, le “nuove élite” sembrerebbero portare avanti la stessa politica di potenza di quelle precedenti: opposizione alla Cina, contenimento della Russia, sfida alla Germania. Tra “l’Occidente” e gli “sfidanti” non si registra nessun cambiamento, lasciando pensare che i rappresentati del popolo siano soltanto un camuffamento della vecchia élite.

È davvero così? E, se la riposta è affermativa, perché l’élite ha dovuto camuffarsi, creando la falsa (poiché priva di qualsiasi fondamento storico) dialettica del “popolo contro l’élite”?

Una risposta avventata ed errata sarebbe quella affermare che l’élite ha concesso al popolo quel minimo di cambiamento necessario per tenerlo sotto controllo: dopo anni di impoverimento della classe media e di politicamente corretto, era necessario “raddrizzare” un po’ la rotta per evitare di schiantarsi contro gli scogli del malessere popolare. Niente di più errato: purtroppo i mezzi di manipolazione/repressione sono tali che l’élite avrebbe potuto proseguire indisturbata le proprie politiche. E allora perché inventare i populisti e la “guerra all’élite”? La riposta è: perché all’élite serviva distruggere l’attuale ordinamento internazionale, che non rispecchia più i suoi interessi. Ne è derivata la creazione della dialettica “popolo contro élite”, per radere al suolo ciò che la stessa élite aveva edificato negli ultimi settant’anni. I brexiters, Trump, i pentaleghisti ed i gilets jaunes sono strumenti dell’élite per archiviare “il Nuovo Ordine Mondiale” consolidatosi dopo il collasso dell’URSS nel 1991.

Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, l’oligarchia atlantica instaurò un sistema socio-economico, basato sulla libertà di spostamento di persone, merci e capitali, che, ideato per avvantaggiare in primis Londra e Washington, ha finito col beneficiare soprattutto Cina (tramite l’export di prodotti finiti), Germania (sempre tramite l’export di prodotti finiti) e Russia (tramite l’export di materie prime). L’élite atlantica era, in sostanza, “il garante” di un sistema internazionale dove gli altri prosperavano: il progressivo assottigliamento del vantaggio degli angloamericani sui contendenti, ha indotto l’élite atlantica a staccare la spina all’ordinamento costruito negli ultimi decenni. UE, NATO, libero scambio, organismi sovranazionali: niente si salva dalla furia distruttrice dell’élite atlantica che, per il lavoro di demolizione, si serve dei “populisti”.

La rivolta del “popolo contro l’élite” è così, in Europa, soprattutto anti-tedesca: la Brexit, il governo pentaleghista ed i gilets jaunes mirano alla distruzione dell’Unione Europea, considerata un “moltiplicatore” della potenza tedesca. La “rivolta dal “popolo contro l’élite” è, negli USA, soprattutto anti-cinese: la guerra dei dazi imposta da Trump punta all’indebolimento dell’economia cinese, nella speranza che il Dragone entri in recessione. In nessun luogo, infine, il “popolo contro l’élite” si è tramutato in apertura alla Russia, prolungando l’accerchiamento economico-militare iniziato durante l’amministrazione Obama. Anzi, sembra che il “populista” Trump abbia deciso di aumentare la pressione sul colosso euroasiatico ritirando gli USA dal trattato sui missili nucleari tattici del 1987.

Se il confronto tra le potenze marittime e quelle continentali dovesse acuirsi, nulla impedisce che l’oligarchia atlantica trasformi gli attuali populismi in fascismi/nazionalismi che, oggi come negli anni ‘30, si definirebbero come antagonisti dell’élite pluto-guidaico-massonica.

Chiudiamo con una breve parentesi sull’Italia, l’unico grande Paese europeo storicamente carente di un’élite degna di questo nome. I piemontesi smisero di costituire l’ossatura dello Stato con la fine del periodo liberale; il fascismo affiancò ai (modesti) capitani d’industria del Nord Italia una struttura amministrativa basata sull’IRI; dal matrimonio partecipate statali-Democrazia Cristiana uscì l’ultima élite italiana, poi spazzata via da Tangentopoli. L’Italia è senza classe dirigente da circa 30 anni, tanto che la FIAT ha potuto trasferire nel 2014 sede fiscale e operativa all’estero senza sollevare nessuna protesta: impensabile per qualsiasi Paese europeo dotato di un’élite nazionale. Fa quindi ridere che in Italia proliferi il dibattito “popolo contro l’élite”: in Italia c’è solo popolo, amministrato a piacimento da un’élite che sta oltre Oceano.

Federico Dezzani

Fonte: http://federicodezzani.altervista.org

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