Privacy Policy La Siria torna in mano a Assad Ma il (vero) vincitore è un altro

La Siria torna in mano a Assad Ma il (vero) vincitore è un altro

Bashar al Assad ha vinto la guerra in Siria. Almeno sul campo. Gli eventi immediatamente successivi allo scoppio delle rivolte promettevano un unico scenario: la caduta del presidente siriano. Così non è stato. Assad non è stato lasciato solo ed è stato subito soccorso dagli iraniani e dai loro alleati, Hezbollah in testa. Poi, a settembre del 2015, il sostegno russo si è concretizzato in una serie di raid rivolti principalmente contro i ribelli, che hanno portato prima alla liberazione di Aleppo, poi della parte orientale del Paese e, infine, alla messa in sicurezza di Damasco e del confine con Israele e la Giordania.

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I territori controllati da Assad (Liveuamap)

In rosso i territori controllati da Assad (Liveuamap)

Basta guardare la mappa della Siria per comprendere come ormai la gran parte dei territori siano in mano ai governativi. I curdi, che controllano una gran fetta del Paese che va da Manbij fino ad Al Qaim sono pronti a dialogare con Assad e a tornare all’abbraccio della Siria, come dicono a Damasco. Uno scenario di questo tipo farebbe tornare l’intera Siria in mano al Raìs. Ma uno scenario di questo tipo è impossibile senza il placet degli Stati Uniti.

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Uno dei punti del colloquio tra Vladimir Putin Donald Trump è stato proprio la Siria. E non poteva essere altrimenti. Nelle (poche) occasioni in cui si sono visti, i due presidenti hanno sempre parlato dello scacchiere mediorientale, definendo prima il cessate il fuoco in diverse parti del Paese e poi le ormai famose zone di de escalation. Che gli Usa siano stanchi di questa guerra è noto. Quanto Mosca e Damasco hanno annunciato l’operazione per riprendere Daraa, gli Usa hanno risposto picche alla richiesta d’aiuto dell’Esercito siriano libero. Un segnale chiaro: Trump scaricava gli ormai ex alleati usati, fino a pochi mesi prima, per combattere contro Bashar al Assad. La rapida avanzata governativa è stata quindi resa possibile grazie a un silenzioso placet venuto da Washington.

Il vero vincitore della guerra in Siria è però la Russia. Per il Cremlino questo conflitto è stato il banco di prova per l’esercito – come ha spiegato lo stesso Putin – e ha rappresentato un’ottima occasione per testare nuove armi. Ma non solo. Il conflitto siriano ha sancito il ritorno di Mosca in Medio Oriente. Dalla guerra in Iraq in poi, questa parte del mondo sembrava esser finita, nel bene o nel male, sotto l’influenza americana. E così è stato fino al 2011. Non appena sono scoppiate le rivolte, gli Stati Uniti hanno cominciato a finanziare e ad armare i gruppi ribelli che si opponevano ad Assad per cercare un cambio di regime. L’attacco chimico della Ghouta del 2013 e la successiva soluzione politica (lo smantellamento dell’intero arsenale chimico siriano) hanno dimostrato la centralità della Russia nei destini del Paese. Una centralità che è aumentata in seguito all’intervento militare del 2015.

(170823) -- QARA(SYRIA), Aug.23 (Xinhua) -- Fighters of the Lebanese Hezbollah group prepare to fire artillery shells on the positions of the Islamic State (IS) militants in Qara town, western Qalamoun region, Syria, on Aug. 23, 2017. The Lebanese Hezbollah group and Syrian army are dealing heavy blow to the Islamic State (IS) group in Syria's Qalamoun region near Lebanon to end the presence of the terror-designated group in the border region between both countries. (Xinhua/Ammar Safarjalani)

Le operazioni militare degli Hezbollah contro l’Isis a Qara, in Siria (Foto: LaPresse)

Putin mantiene un porto fondamentale nel Mediterraneo e rafforza l’alleanza con Assad. Ma non solo: si trova al centro di importanti dispute internazionali ponendosi come arbitro. È il caso, per esempio, dell’eterno conflitto tra l’Iran e Israele, ora acuito dalla crisi siriana. L’obiettivo dello Stato ebraico è quello di fermare l’avanzata degli ayatollah verso i suoi confini e, per questo motivo, ha colpito diverse postazioni e depositi di Hezbollah in Siria.

Per iniziare l’operazione di Daraa, Putin ha dovuto rassicurare Israele, tenendo le truppe sciite legate a Teheran lontane dal confine. L’accordo, almeno fino ad ora, ha retto. Bisogna però vedere cosa accadrà domani, a guerra finita. Gli iraniani torneranno a casa? Oppure cercheranno di mantenere alcune Paesi in Siria? Difficile dirlo. Quel che è certo è che per il Cremlino inizierà una nuova battaglia diplomatica con gli ayatollah.

Fonte Gli Occhi della Guerra

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