Privacy Policy Bannon crea The Movement e sfida la Open Society di Soros. Ma non fidatevi, sono miliardari Usa e vogliono l’Europa

Bannon crea The Movement e sfida la Open Society di Soros. Ma non fidatevi, sono miliardari Usa e vogliono l’Europa

Scrive Eric Zuesse, su “Strategic-culture.org”, che due schieramenti politici – uno guidato da George Soros e l’altro creato dal nuovo arrivato, Steve Bannon – sono entrati in competizione per il controllo politico dell’Europa. Soros ha guidato a lungo i grandi capitalisti liberal americani verso l’egemonia europea, mentre Bannon sta ora organizzando una squadra di miliardari (altrettanto conservatori) per strappare la vittoria ai liberal attraverso la leva del populismo sovranista. Lo scrive Rosanna Spadini su “Come Don Chisciotte”, sintetizzando la panoramica geopolitica fornita da Zuesse, scrittore e analista statunitense. Bannon contro Soros? Attenzione: «Nessuno di loro è progressista o populista di sinistra», avverte Zuesse. «L’unico populismo che attualmente ogni capitalista promuove è quello della squadra di Bannon. Comunque – aggiunge Zuesse – entrambe le squadre si demonizzano a vicenda, sia per il controllo del governo degli Stati Uniti che, a livello internazionale, per il controllo del mondo intero, opponendo due diverse visioni del mondo: liberale e conservatrice, o meglio globalista e nazionalista». Entrambi dicono di sostenere la democrazia? Sì, ma magari con le rivoluzioni colorate di Soros (Ucraina, Medio Oriente) o le guerre “democratiche” (Iraq) e i “regime change” (Egitto, Tunisia, Libia, Siria).

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La sovranità di una nazione appartiene al popolo che la abita, secondo “il diritto all’autodeterminazione dei popoli”, proclamò il presidente Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles, alla fine della Prima GuerraMondiale. Parole sante, ma Steve Bannonquando mai rispettate? Gli Stati Uniti non hanno esitato a invadere, organizzare golpe, pilotare elezioni. «Il nucleo del capitalismo americano – scrive Zuesse – rappresenta in pratica una sorta di aristocrazia, una forma di capitalismo bipartisan, liberale e conservatore, democratico e repubblicano, che non è semplicemente liberista (cioè include la privatizzazione di tutto ciò che può essere privatizzato) ma è anche imperialista (il che significa favorire una politica di invasioni e colpi di Stato in giro per il globo, per fortificare l’impero)». Gli Stati Uniti non controllano solo le “repubbliche delle banane” come il Guatemala e l’Honduras, ma anche i paesi europei. «Questa visione fu ampiamente promossa tra il 1877 e il 1902 dal fondatore del Rhodes Trust, Cecil Rhodes, un razzista dichiarato che sosteneva appassionatamente quanto tutte le “razze” fossero subordinate alla “prima razza”: gli inglesi». In tempi più recenti, secondo Zuesse, lo stesso Soros ha condiviso questa visione, giustificando l’aggressione militare della “comunità internazionale” per proteggere “la sovranità popolare” di paesi stranieri. Il che è da manuale di logica democratica.

Al contrario, Vladimir Putin afferma che nessuno straniero ha il diritto di invadere un altro paese. «In pratica la proposta di Soros si riduce a rendere irrilevante l’Onu, per rafforzare l’imperialismo internazionale». Due visioni del mondo totalmente diverse: l’Occidente chiama “sequestro” la riappropriazione della Crimea da parte della Russia (con il plebiscito elettorale del 2014), mentre il punto di vista di Vladimir Putin è stato espresso più volte: è lo stesso enunciato, a suo tempo, da Woodrow Wilson (ognuno è sovrano, a casa propria, e non può subire ingerenze). «Sebbene i grandi capitalisti siano riusciti, durante la prima Guerra Fredda, a ingannare il pubblico sul loro progetto di eliminare completamente il comunismo», aggiunge Zuesse, George Bush aveva chiarito già nel 1990 che l’obiettivo reale era la conquista del mondo. Per questo, la crociata anti-russa sarebbe continuata. Non a caso, «tutta la propaganda americana presenta sempre gli Usacome la “parte lesa” contro “gli George Sorosaggressori” (Iraq, Libia, Siria, Iran, Yemen, Cina), tutti gli alleati (o anche solo gli amici) della Russia sono gli “appestati”, “aggressori”, “dittature” o comunque “minacce per l’America”». A questo è ridotta la democrazia americana strombazzata dai media?

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Quello che succede oggi, con la nuova sfida di Bannon a Soros, secondo Zuesse non è che la continuazione di un piano immutabile: l’egemonia Usa imposta all’Europa. Vale tutto, dal Piano Marshall del dopoguerra alla promessa (fatta a Gorbaciov e tradita) di non estendere la Nato a est, dopo la fine del Muro di Berlino e del Patto di Varsavia, fino all’attualità di oggi con le sanzioni imposte alla Russia. «L’annuncio pubblico di questa nuova guerra da parte dei grandi capitalisti americani per il controllo dell’Europa – scrive Zuesse – è apparso il 20 luglio 2018 sul sito neocon statunitense, ovvero pro-imperialismo “The Daily Beast” (pro-Soros, anti-Bannon)». Dunque Steve Bannon progetta di contrastare George Soros e di scatenare una rivoluzione di destra in Europa: l’ex consigliere di Trump ha infatti dichiarato che sta creando una fondazione in Europa chiamata “The Movement”, che possa guidare una rivolta populista di destra in tutto il continente a partire dalle elezioni europee del 2019. La nuova struttura no-profit, speculare all’Open Society di Soros, sarà una fonte strategica di sondaggi, consigli sulla messaggistica, targeting dei dati e ricerca di think-tank. Orienterà politicamente «un malessere di destra che si sta diffondendo in tutta Europa, in molti casi senza strutture politiche professionali o budget significativi».

L’ambizione di Bannon? Surclassare Open Society, nella quale Soros ha versato 32 miliardi di dollari per le cause neoliberaliste a partire dal 1984. Durante lo scorso anno, Bannon aveva tenuto colloqui con gruppi di destra in tutto il continente, dall’Ukip di Nigel Farage a membri del Front National di Marine Le Pen (recentemente ribattezzato Rassemblement National), fino all’ungherese Viktor Orban e ai populisti polacchi. «Bannon immagina di poter attivare un “supergruppo” di destra all’interno del Parlamento Europeo, che potrebbe attrarre fino a un terzo dei legislatori dopo le elezioni del maggio prossimo. Un blocco populista unito di quelle dimensioni – secondo Zuesse – avrebbe la capacità di interrompere seriamente i procedimenti parlamentari, garantendo potenzialmente a Bannon un enorme potere all’interno del movimento populista». Dopo essere stato costretto ad abbandonare la Casa Bianca a seguito di dispute interne, poi emerse nel libro di Michael Wolff  “In Fire and Fury: Inside the Trump White House”, Bannon starebbe ora accarezzando l’opportunità di Robert Mercertracciare il suo nuovo “impero” politico europeo. «Preferirei regnare all’inferno, piuttosto che servire in paradiso», ha detto, parafrasando il Satana del “Paradiso perduto” di John Milton.

Tipico prodotto della Georgetown University, roccaforte dei gesuiti negli States, Bannon ha trascorso la sua carriera come agente di vari miliardari statunitensi. Di recente, ricorda Zuesse, ha lavorato per quelli che hanno sostenuto Trump, come il matematico Robert Mercer, leggendario boss del misteriso hedge fund Renaissance Technologies, e la coppia israelo-statunitense formata da Miriam e Sheldon Adelson, veri e propri “re” dei casinò. E ora l’Europa: la sede centrale di The Movement sarà probabilmente insediata a Bruxelles, dove lavoreranno esperti di sondaggi e comunicazione. «Bannon prevede di trascorrere il 50% del suo tempo in Europa, soprattutto sul campo piuttosto che nell’ufficio di Bruxelles, una volta che le elezioni di medio termine negli Stati Uniti saranno finite a novembre», scrive Zuesse. «L’operazione dovrebbe anche fungere da collegamento tra i movimenti di destra dell’Europae il Trump Freedom Caucus negli Stati Uniti». Bannon e Raheem Kassam, già collaboratore di Farage e redattore di “Breitbart”, hanno ricevuto leader europei di destra durante la recente visita di Trump in Europa. «Tutti sono d’accordo sul fatto che le prossime europee saranno estremamente importanti – ha detto Bannon – perché segneranno il primo, vero conflitto tra il populismo e il partito globalista di Davos».

Secondo Zuesse, non è una buona notizia: l’analista ci vede lo zampino di Israele, dell’Arabia Saudita e persino di quelli che considera gli eredi dei super-capitalisti reazionari che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tramite la Cia, l’Mi6 britannico e il Vaticano, allestirono le “rat lines”, le vie di fuga per l’espatrio clandestino (verso gli Usa, l’Argentina e il Canada) dei criminali nazisti considerati ancora utili per la causa anticomunista. Da qui a intravedere la longa manus di una certa America sull’Europa, il passo è breve: «L’Unione Europea è sempre stata un progetto della Cia, come scoprono i Brexiteer», scriveva sul “Telegraph” Ambrose Evans-Pritchard nel 2016. «L’intelligence statunitense ha finanziato segretamente il movimento europeista per decenni e ha lavorato aggressivamente dietro le quinte per spingere la Gran Bretagna nel progetto». Fu Washington a guidare l’integrazione europea alla fine degli anni ’40: «La finanziava segretamente sotto le amministrazioni William Donovandi Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson e Nixon». Secondo Evans-Pritchard, il campo euroscettico è stato stranamente miope, accogliendo solo come “liberatori” gli uomini venuti dalla sponda opposta dell’Atlantico.

Un memorandum datato 26 luglio 1950 documenta la storica campagna Usa per fabbricare l’unità europea “atlantica”. Massimo stratega, il generale William Donovan, a capo dell’Oss (Office of Strategic Services, antesignano della Cia). L’Acue, Comitato Americano per l’Europa Unita, presieduto sempre da Donovan, mostra che fornì il 53,5% dei fondi del movimento europeo nel 1958. Il consiglio includeva Walter Bedell Smith e Allen Dulles, i direttori della Cia negli anni Cinquanta, e una casta di ex funzionari dell’Oss. «Gli Stati Uniti hanno agito in modo astuto, nel contesto della Guerra Fredda, e la ricostruzione politica dell’Europa è stata un successo strepitoso». Allo stesso tempo, aggiunge Zuesse, «la Cia stava lavorando con migliaia di agenti segreti nazisti e fascisti in Europa, che l’Oss aveva segretamente rastrellato e protetto alla fine della Seconda Guerra Mondiale, per il preciso intento di sovvertire non solo gli agenti comunisti in Europa ma, con maggiore ostinazione, gli agenti democratici che alla subordinazione agli Stati Uniti preferivano la sovranità democratica degli europei».

Mai fidarsi dei americani, dice Zuesse, nemmeno se si chiamano Bannon: «Fin dall’inizio, l’Ue è stata un mezzo per imporre Eric Zuessesugli europei il controllo delle corporations internazionali statunitensi a vantaggio delle imprese americane. Quello era loscopo principale dell’Ue: la subordinazione al capitalismo americano, nessuna democrazia autentica. Il vassallaggio all’interno dell’impero americano doveva essere funzionale al loro progetto: conquistare prima l’Europa e poi il mondo». Una visione imperialista che, sempre secondo Zuesse, ricorda quella di Cecil Rhodes, che alla fine del 1800 aspirava a un impero globale tra Regno Unito e Stati Uniti, «nel quale le due potenze imperiali, la vecchia e la nuova, avrebbero gradualmente preso il controllo del mondo intero». George Soros? «Ha lavorato febbrilmente a quell’obiettivo, mentre Steve Bannon preferisce il progetto “nazionalista”». Ma attenzione: «Entrambe le versioni sono liberali e conservatrici». Il direttore democratico della Cia James Woosley era conservatore quanto i repubblicani Donald Rumsfeld, Dick Cheney e John McCain. E ciò che tutti i neocon hanno sempre condiviso appassionatamente «è stato l’odio viscerale verso i  russi». Odio che, ancora oggi, «viene prima di ogni altra cosa, e governa da sempre il sacro Graal della Nato, che è la principale organizzazione neocon».

Fonte Libre

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