Privacy Policy Macron, il suo piano in Libia per fregare il petrolio all'Eni

Macron, il suo piano in Libia per fregare il petrolio all’Eni

Sette anni dopo non c’è più Nicolas Sarkozy con i suoi risolini, le sue trame e i soldi di Muhammar Gheddafi, ma l’Italia, in Libia, è ancora una volta aggredita dalla Francia. Ora come allora a Roma c’è un governo non di sinistra, osteggiato da Bruxelles e dalle cancellerie europee, e all’Eliseo alloggia un presidente che punta a sfasciare tutto, nel tentativo di creare un nuovo ordine che avvantaggi il gruppo petrolifero francese Total, a scapito dell’Eni.

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Lo strumento che Emmanuel Macron usa contro l’Italia è il generale Khalifa Haftar, capo delle milizie della Cirenaica. Protetto da Parigi, costui ha spedito i propri soldati nel cuore di Tripoli, a combattere contro le formazioni fedeli a Fayez al Sarraj, primo ministro del governo di unità nazionale libico (per quanto poco senso possa avere una simile definizione), riconosciuto dall’Onu. Gli amici di Macron accusano Sarraj e i suoi di essere corrotti, che da quelle parti si può dire di chiunque. Non è quindi per una «questione morale» che in Tripolitania si è ricominciato a combattere, ma perché al Sarraj è il garante degli assetti attuali, che vedono l’Eni socio privilegiato della National oil company, la compagnia petrolifera nazionale. L’eliminazione di al Sarraj o la divisione della Libia comporterebbero lo spezzettamento della Noc e la ridiscussione dei giacimenti del cane a sei zampe. La minaccia potrebbe riguardare anche il gasdotto Green Stream, che unisce Mellitah, sulla costa libica, con Gela, in Sicilia: la conduttura attraverso la quale il nostro Paese importa il 7% del gas naturale che brucia nelle abitazioni e negli impianti industriali.

Attaccare al Sarraj significa insomma attaccare l’Italia, e nulla cambia se l’aggressione avviene per l’interposta persona di Haftar. Lo stesso Salvini denuncia «i rischi portati da un intervento militare senza senso, con continue ingerenze della Francia per interessi economici», e a chi gli domanda se i porti libici siano ancora sicuri risponde: «Chiedetelo alla Francia». Una chiara accusa a Macron. Almeno in questa fase, però, Roma non invierà soldati per difendere al Sarraj. «Escludo interventi militari, perché non risolvono nulla», è la linea del leader della Lega.

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L’ambasciata italiana a Tripoli resta operativa. L’Eni, che è in Libia dal 1959 e vanta concessioni fino al 2042 per il petrolio e al 2047 per il gas, ieri ha guadagnato lo 0,8% in Borsa. Il gruppo assicura che, malgrado il conflitto, le attività nel Paese «al momento procedono regolarmente» e che nella capitale non c’è «personale espatriato». Secondo la società finanziaria indipendente Fidentiis, però, una nave dell’Eni, sabato, avrebbe evacuato numerosi tecnici italiani impiegati nel terminal e nei pozzi di Mellitah, segno che il livello d’allerta è molto alto e si teme che la situazione peggiori.

Gas e petrolio rappresentano comunque solo metà dello scontro con la Francia che si sta consumando in Africa. Il resto della posta riguarda l’immigrazione. Perché è con il «governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia», ovvero con al Sarraj, che l’Italia ha raggiunto l’accordo per contrastare il traffico clandestino di uomini. Tra le poche cose ereditate dal passato cui l’esecutivo giallo-verde ha voluto dare seguito c’è il memorandum firmato da al Sarraj e Gentiloni nel febbraio del 2017. In cambio dei soldi e dell’assistenza italiani, Tripoli ha accettato di «realizzare campi di accoglienza temporanei in Libia, sotto l’esclusivo controllo del ministero dell’Interno libico». A Roma, la nuova maggioranza ha fatto la propria parte approvando in parlamento, prima della pausa estiva, il decreto che regala dodici motovedette alla guardia costiera libica.

È per mezzo di queste intese che si sono ridotti a 18.500 gli immigrati sbarcati sulle nostre coste nei primi sette messi dell’anno: rispetto ai 95.200 dello stesso periodo del 2017, significa l’81% in meno. Nel frattempo si è più che dimezzato (da 2.276 a 1.095) il numero di coloro che sono morti in mare durante la traversata verso l’Italia.
Questo è stato possibile solo grazie alla collaborazione con Tripoli e al fatto che, almeno ufficialmente, in Libia oggi c’è un solo governo.

Fare saltare il tavolo per l’ennesima volta cancellerebbe quel poco di ordine che si è riuscito a creare e renderebbe impossibile impedire le partenze dei barconi. L’Italia si troverebbe così esposta a una nuova invasione, dopo quella scatenata dalle disastrose scelte di Sarkozy. Un effetto collaterale della guerra per i giacimenti di idrocarburi, che forse, nei disegni di Macron, così collaterale non è.

di Fausto Carioti – Libero

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