Privacy Policy Magaldi: se cedono sul deficit i gialloverdi perdono la faccia, sanno benissimo che all’Italia servirebbe almeno il 5%

Magaldi: se cedono sul deficit i gialloverdi perdono la faccia, sanno benissimo che all’Italia servirebbe almeno il 5%

Riscrivere, insieme, le regole del mondo. Ingenuo? Forse, ma necessario. “Se non così, come? E se non ora, quando?”, si potrebbe dire, parafrasando Primo Levi. E’ la premessa – implicita – da cui sembra muovere, sempre, l’analisi che dell’attualità politica offre Gioele Magaldi, autore del bestseller “Massoni” (Chiarelettere, 2014), libro-evento che svela la natura supermassonica del poteremondiale. Da presidente del Movimento Roosevelt, meta-partito che si propone di rigenerare la politicaitaliana partendo da una piattaforma realmente progressista, fondata sul ripristino della sovranità democratica, Magaldi guarda con attenzione al possibile cantiere rappresentato dal governo gialloverde. Ipotesi: ribaltare la narrazione mainstream, ai cui diktat ideologici «si sono appecoronati l’ex sedicente centrodestra e l’ex sedicente centrosinistra», entrambi proni alle direttive dell’élite finanziaria – in sintesi: smantellare l’industria italiana e privatizzare il paese consegnandolo a un oligopolio di grandi poteri economici finto-europeisti, che in realtà utilizzano l’Ue per i loro obiettivi privatistici. Contro questo establishment, almeno fino a ieri, si era levata la voce dei 5 Stelle, gradualmente sovrastata da quella di Salvini. E ora, dopo tanto abbaiare, il governo Conte si appresta a calare clamorosamente le brache rinunciando al pur misero 2,4%  di deficit previsto per il 2019?

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Guai, dice Magaldi, se i gialloverdi crollassero davvero, di fronte alle minacce della Commissione Europea, armate dal ricatto dello spread e rinforzate dal fiancheggiamento anti-italiano del vecchio establishment nazionale, affollato di quinte colonne e cavalli di Troia. Un cedimento sostanziale sul Def, dichiara Magaldi in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”, autorizzerebbe gli scettici ad archiviare la neonata speranza gialloverde, liquidandola come l’ennesima operazione di “gatekeeping” progettata solo per fare il pieno di voti e neutralizzare il malcontento, raggirando gli elettori. E non c’è niente di peggio, sottolinea Magaldi, che deludere le aspettative suscitate, «come ha fatto quel mascalzone di Tsipras, capace addirittura di tradire il popolo greco che si era espresso direttamente, tramite referendum, sulla condotta da tenere con l’Ue». Scioccante, oggi, assistere allo spettacolo di Salvini che, dopo aver tanto abbaiato contro Bruxelles, di colpo «si trasforma in agnello», pronto – a parole – a negoziare dolcimente sul mitico deficit 2019, in perfetta sintonia con il Di Maio che apre alla possibilità di tagli orizzontali per “far quadrare i conti”. «Tanto valeva, per Di Maio, tenersi come riferimento Cottarelli, tipico campione di quell’establishment italiano che lavora costantemente contro l’Italia, in nome del rigore neoliberista la cui pretesa scientificità è regolarmente smentita da Premi Nobel dell’economia».

Davvero pessima, la retromarcia del governo dopo la minaccia della procedura d’infrazione. E’ come se Salvini e Di Maio dicessero: scusate, abbiamo scherzato. Una situazione estremamente pericolosa, sul piano politico: non dimentichiamoci, osserva Magaldi, che ormai il dado è tratto. Se anche Lega e 5 Stelle dovessero tornare sui loro passi, un’enorme fetta di opinione pubblica – oltre il 60%, secondo tutti i sondaggi – si aspetta che l’Italia dica “no” a questa gestione verticistica dell’Unione Europea. Qui si rischia, in altre parole, di giocare col fuoco: e un’eventuale delusione, da parte di milioni di elettori, potrebbe essere fatale, sia per Salvini che per Di Maio, se – da potenziali “eroi” – dovessero essere derubricati come “conigli”, spaventati da Juncker e soci. Rispetto al recentissimo ripensamento gialloverde sul deficit, Magaldi ha una spiegazione precisa: purtroppo, sostiene, in Italia le forze politiche tendono sempre a ragionare a corto raggio, preoccupate essenzialmente della prima scadenza elettorale in arrivo (le europee, in questo caso). Così però si perde di vista l’orizzonte.Che, sempre per il “rooseveltiano” Magaldi, non può che essere di ben altra vastità. Ovvero: ripristinare, storicamente, l’agibilità democratica del sistema. Riscrivere le regole, appunto, da cima a fondo.

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«Tanto per cominciare – aggiunge – l’Italia avrebbe bisogno di un deficit al 5%, per creare investimenti strategici e quindi lavoro. Preoccupa, dunque, che Di Maio abbia voluto sottolineare che il 2,4% è pur sempre inferiore al tetto del 3% stabilito da Maastricht. E’ proprio quel 3% che va eliminato, perché non è basato su niente di scientifico, niente cioè da cui possa dipendere il reale benessere economico. Ma, anziché ribadire questa verità – con pacatezza, senza annunci roboanti o commenti sprezzanti, ma con estrema fermezza – oggi Salvini si piega a concedere una riduzione di quell’insufficiente 2,4%, sostenendo che non sia questione di percentuali». Secondo Magaldi, l’esperienza gialloverde va profondamente ripensata in senso strategico: «Meglio cadere “armi in pugno”, per poi tornare al voto ed essere spinti dagli elettori a vincere il secondo round, piuttosto che rinunciare a combattere». Il fantasma dello spread? «Sparirebbe in una sola mossa: se la Bce si decidesse a emettere eurobond per garantire i debiti sovrani. Senza contare che andrebbe ridimensionato lo strapotere delle attuali agenzie di rating, in costante conflitto d’interessi: i loro azionisti speculano in base ai verdetti delle agenzie stesse». Non a caso Nino Galloni, eminente economista post-keynesiano nonché vicepresidente del Movimento Roosevelt, propone la creazione di un’agenzia euro-mediterranea, in grado di fornire un rating imparziale, e ben più attendibile, del sistema-Italia.

Riscrivere le regole, appunto: una su tutte, il trattato costitutivo dell’Unione Europea. Non è pensabile, dice Magaldi, che l’Europa continui a essere amministrata da tecnocrati non eletti: perché l’Italia non si decide a chiedere una nuova Costituzione Europea? Dovrebbe essere l’Europarlamento votato dai cittadini a eleggere il governo federale del continente. Senza queste premesse, è perfettamente illusorio sperare che Roma possa negoziare alcunché di utile, con l’oligarchia neo-conservatrice che ha in mano le istituzioni “sedicenti europee”. Nel governo gialloverde, il solo a porre sul tappeto questioni di alto profilo, finora, è stato il ministro Paolo Savona, relegato da Mattarella agli affari comunitari. Lo stesso Giorgio La Malfa, storico leader del Pri, raccomanda investimenti davvero strategici, capaci di incidere seriamente sull’occupazione e sulla modernizzazione del paese, solo e sempre rinviata. Il Def 2019? Poca cosa: ben lontano dal prevedere un vero reddito di cittadinanza e un reale alleggerimento fiscale. Stanno già sbiadendo, i cavalli di battaglia della Lega e dei 5 Stelle. Cosa ne penseranno, gli elettori, del Salvini che oggi si rimangia tutti i suoi propositi bellicosi, dichiarando di accettare che il deficit – già magro – venga ulteriormente amputato dai censori di Bruxelles? Comunque vada, ribadisce Magaldi, indietro non si torna: ormai l’opinione pubblica italiana è cresciuta, ha imparato a non fidarsi più dei mediamainstream colonizzati dalla narrazione neoliberista. E quindi non può accettare che il governo alzi bandiera bianca.

Fonte LIBRE 

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