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Così l’austerità può causare la fine del progetto europeo

Joschka Fischer è stato un leader politico di spessore non secondario, per quanto molto controverso. Nel 1998 e nel 2002 condusse i Verdi tedeschi a due dei migliori risultati elettorali della loro storia, permettendone l’ingresso nel governo a fianco della Spd di Gerhard Schroeder, cancelliere dal 1998 al 2005, nei cui esecutivi Fischer ricoprì l’incarico di vicepresidente.

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Fischer ha potuto così prendere parte a diverse iniziative politiche che, nel bene e nel male, hanno condizionato la Germania e l’Europa. Da pacifista convinto, ha avallato la decisione tedesca di intervenire in Jugoslavia nel 1999, ma ha giocato un ruolo cruciale nell’impedire un analogo scenario nel 2003. Sul piano economico, pur professandosi di sinistra, ha sposato in toto le riforme economiche governative che puntavano a flessibilizzare il mercato del lavoro e ridurre i costi della previdenza sociale, il famigerato “pacchetto Hartz”, aprendo di conseguenza la strada a quel misto tra deflazione interna funzionale all’ampliamento delle esportazioni e dominazione monetaria che ha costituito la strategia del governo di Angela Merkel in Europa dal 2005 in avanti.

Fischer a tutto campo contro Angela Merkel

A vent’anni di distanza dalla sua entrata nel governo, Fischer fa mea culpa. E lo fa riconoscendo la connessione tra le riforme promosse dai suoi governi e le politiche di austerità che, a suo parere, hanno destabilizzato il continente. “Bisogna prepararsi seriamente alla fine del progetto europeo, che era stato costruito per il bel tempo, ma alla prima crisi seria, la bolla immobiliare americana, è stato del tutto impreparato”, ha scritto Fischer nel suo ultimo libro, L’Europa fallisce. “Un anno dopo il crack il ministro delle Finanze Peer Steinbrueck continuava a parlare di crisi americana, senza accorgersi che i lembi del suo frack stavano già prendendo fuoco”.

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Fischer, scrive Il Sussidiario“ne ha ancora per la Merkel, colpevole nel 2008, nel momento cruciale della diffusione della crisi, di aver rifiutato una gestione “europea” e condivisa della crisi, fautrice del dogmatico “ognuno per sé”. Un “ognuno per sé” rimangiato diverse volte, quando a rischio erano le banche tedesche, come nel caso della Grecia nel 2010. Questa radicale mancanza di solidarietà e sussidiarietà (direi una mancanza di radici cristiane) è il vero guasto dell’attuale Unione europea. Se non si risolve questo guasto, allora ciò che è iniziato con una tragedia (economica) potrebbe davvero finire con una farsa. Ma ci sarà ben poco da ridere”.

La pace sociale in Germania a rischio

La Germania inizia a scontare sulla propria pelle i problemi della governance di Angela Merkel e della sua condotta nell’Eurozona. Mentre va esaurendosi l’onda lunga delle azioni energiche di Mario Draghi (“deprimente constatare che se la maggioranza della Bce non avesse seguito le decisioni di Mario Draghi, ma le obiezioni dei tedeschi, a quest’ora l’euro non esisterebbe più”, il commento di Fischer) l’Europa intera si lecca le ferite per le conseguenze dell’austerità fiscale imposta da Berlino per tutelare, attraverso la stabilità monetaria e il controllo dei prezzi, un modello export-led che, lungi dal farne la locomotiva d’Europa, impedivano al resto del continente di reagire alla crisi a pieno regime.

Ora, mentre la Grecia è stata praticamente rasa al suolo, l’Italia fa i conti con gli anni di ritardo accumulati nell’adeguamento totale alla linea di Berlino e anche la Francia subisce i contraccolpi interni delle turbolenze europee, la società tedesca non se la passa certamente meglio. Le riforme Hartz hanno contribuito, come dicevano i loro critici a inizio anni Duemila, a instaurare la “povertà per legge”.

“Oggi i nodi sono venuti al pettine e la Germania sente il morso della decrescita”, scrive Il Tempo. E il vantato equilibrio sociale tedesco a vacillare e a creare tensioni. I lavoratori dipendenti sono fermi al palo (…) Spesso il posto fisso non basta e si scatena la corsa all’assistenza. Il reddito medio dei meno abbienti – il 40 per cento della popolazione – è precipitato del sette per cento nel primo quindicennio del 2000. Nello stesso periodo, quello del 10 per cento – i più ricchi – è volato al venti per cento in più”. La povertà coinvolge 15-20 milioni di persone. A dare il là a tutto questo, delle riforme votate anche dallo stesso Fischer.

Difficile capire come uscirne. L’architettura stessa dell’Unione europea è, per dato strutturale, germanocentrica, ed è difficile immaginarla in maniera diversa. La resa dei conti potrebbe avvenire nel caso di una seconda, grande crisi finanziaria: in assenza di un whatever it takes che copra le mancanze o le ipocrisie di certi leader politici, le sue conseguenze sarebbero devastanti per l’intera architettura dell’Eurozona.

L’articolo Così l’austerità può causare
la fine del progetto europeo
 proviene da Gli occhi della guerra.

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