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I curdi chiedono aiuto ad Assad L’esercito siriano arriva a Manbij

L’annuncio del ritiro degli Stati Uniti dalla Siria cambia il corso della guerra. E così non deve stupire che cambiano anche le alleanze.

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In Siria il vento sta cambiando

Il nord della Siria, dove i soldati delle forze speciali americane combattevano insieme ai curdi nell’ambito della coalizione internazionale anti-Isis è diventato ora il palcoscenico di un grande rimescolamento delle carte. Con l’abbandono del terreno da parte di Washington, il rischio, specialmente per i curdi, è che si ritrovino a dover affrontare l’avanzata dell’esercito turco, che dopo le operazioni Scudo dell’Eufrate e Ramoscello d’Ulivo aveva fatto capire di avere un solo obiettivo: trasformare il nord della Siria in un protettorato di Ankara eliminando l’etnia curda.

L’idea che circola ormai sempre più insistentemente nel Kurdistan siriano, diventata ormai una certezza, è di aver sbagliato tutto. L’alleanza con gli Stati Uniti si è rivelata un errore strategico che ora le milizie curde rischiano di pagare a caro prezzo. Donald Trump è stato chiaro: ora in Siria devono pensarci gli alleati. E quel richiamo specifico alla Turchia ha fatto suonare più di un campanello d’allarme. Per le milizie curde, quello che stava avvenendo era da considerare un vero e proprio tradimento.

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Così, la prima mossa delle milizie è stata quella di rivolgersi alla Francia, altro Paese presente nel nord-est della Siria con centinaia di uomini. Soldati delle forze speciali che operano insieme a curdi e americani nel settore di Manbij e non solo, e a cui le unità popolari (Ypg) chiedono adesso protezione dalle mire di Recep Tayyip Erdogan.

Ma da parte di Parigi, garanzie non sono arrivate. Emmanuel Macron è un leader troppo debole e in balia degli eventi per dare certezze. Ed Erdogan ha già detto al suo omologo francese che pagherà le conseguenze di un suo intervento a fianco dei curdi. Dichiarazioni che non possono mai essere sottovalutate quando arrivano da Ankara. La Turchia ha le armi per dare filo da torcere a tutti. E in Medio Oriente, soprattutto a sud della Turchia, l’esercito del Sultano è un elemento fondamentale nello scacchiere Nato e per la stabilità della regione.

I curdi chiedono aiuto ad Assad

Così, i curdi, consapevoli di avere perso l’appoggio dell’Occidente, ora tornano da Bashar al-Assad, che grazie ai russi, agli iraniani e all’incrocio di interessi geopolitici, è ancora lì, a Damasco. Le Unità di Protezione Popolare (Ypg) hanno chiesto al presidente siriano di aiutarli a proteggere il nord della Siria: “Invitiamo le forze del governo siriano, che sono obbligate a proteggere il Paese, la nazione e le sue frontiere, a prendere il controllo delle aree dalle quali si sono ritirate le nostre forze, in particolare Manbech, e a proteggerle contro un’invasione turca”. Questo il testo della nota diffusa dai leader curdo-siriani.

Le forze di Damasco arrivano a Manbij

E intanto, qualcosa comincia a muoversi. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, il famigerato gruppo legato all’opposizione con base nel Regno Unito, fa sapere che Damasco ha inviato truppe e mezzi militari alle porte di Manbij: lì dove la Turchia starebbe preparando l’ingresso delle truppe. Secondo Rami Abdel-Rahman, capo dell’Osservatorio, “queste forze sono state inviate in aree vicine a Manbij con l’obiettivo di impedire qualsiasi attacco violento della Turchia”. Notizia confermata anche da una fonte vicina al governo siriano, che  ha informato l’agenzia Dpa dell’arrivo nella provincia di una brigata della guardia presidenziale siriana e di un battaglione dell’artiglieria. Un portavoce dell’esercito siriano, in una dichiarazione televisiva, ha detto che la bandiera è stata sollevata a Manbijdopo sei anni di guerra.

La strategia russa prende forma

Per i curdi una mossa disperata: ma forse l’unica in grado di dare una garanzia reale di stabilizzazione dell’area. E per la strategia di Assad (e quindi di Vladimir Putin), questo potrebbe essere un momento importantissimo. Per evitare la possibile avanzata turca, il governo siriano riprenderebbe definitivamente il controllo di un’area dove fino a poche settimane fa si pensava che non avrebbe più avuto autorità. Un modo per evitare lo smembramento del Paese ma anche per strappare alle forze della coalizione occidentale uno dei principali alleati sul campo. E non è un caso che, da mesi, Mosca operi per portare i curdi dalla parte di Damasco coinvolgendoli nei negoziati per il futuro del Paese.

“Di certo, questo aiuterà a stabilizzare la situazione – ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov – l’ampliamento della zona sotto il controllo delle forze governative è senza dubbio un trend positivo”.

Fonte Gli Occhi della guerra

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