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Quel doppio standard europeo che favorisce sempre la Francia

Nei giorni scorsi, con una mossa inaspettata, la Francia ha chiesto il rinvio dell’operazione Fincantieri-Chantiers de l’Atlantique davanti ai giudici della Concorrenza europea, e la Commissione di Bruxelles ha deciso di agire, a circa un anno e mezzo dall’inizio della telenovela tra Parigi e Roma per l’operazione di Saint Nazaire, per verificare se “l’operazione rischia di nuocere alla concorrenza a livello europeo e mondiale”. Sul dossier era stato raggiunto un accordo di massima, dove a Fincantieri sarebbe andato il 50% come controllo diretto, più una quota dell’1% in prestito dal governo francese per 12 anni, revocabile “in caso di un mancato adempimento di Fincantieri rispetto agli impegni industriali presi”.

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La mossa ha trovato l’entusiastico sostegno della Germania. “Non sarà una dichiarazione di guerra, ma la richiesta presentata dalle autorità antitrust di Francia e Germania a Bruxelles tradisce soprattutto le reticenze francesi a cedere un gioiello industriale nazionale ad una controllata pubblica italiana. Le reticenze non sono nuove, ma le frizioni col governo giallo-verde non hanno fatto che rinforzarle”, fa notare Il Messaggero

La Francia strappa con Fincantieri e la Germania la segue

Già nella scorsa estate gli esponenti del governo di Parigi favorevoli allo stop a Fincantieri avevano mancato di poco il blocco dell’operazione, preoccupati per la nascente alleanza cantieristica anche sul navale militare, corollario del matrimonio tra Fincantieri e Chantiers de l’Atlantique destinato ad ampliarsi a Naval Group. “Una marcia indietro della Francia avrebbe però provocato l’apertura ufficiale delle ostilità e soprattutto avrebbe indebolito la reputazione europea di Macron: il governo ha dunque deciso di andare avanti, ma a velocità ridotta. E rinviare la patata bollente a Bruxelles è apparsa la soluzione migliore. Soprattutto con un alleato di peso come la Germania”.

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Berlino vuole evitare che il centro della cantieristica europea sia monopolizzato da un polo unico foraggiato da costanti investimenti pubblici e lasciare liberi di gareggiare i suoi attori nel settore, come Meyer, a pari livello. La mossa ha una componente di ipocrisia non indifferente, e testimonia la natura strumentale dell’asse franco-tedesco. Attento osservatore del settore della Difesa, l’onorevole di Fratelli d’Italia Guido Crosetto ha fatto notare su Twitter che “Fincantieri, italiana, (5/6 miliardi di fatturato) non può comprare Stx (ex cantiere coreano fallito) ma Airbus, franco-tedesca, (70 miliardi di fatturato) può fare man bassa di tutte le aziende europee che le interessano e Thales, francese, (16 miliardi di fatturato) può monopolizzare l’elettronica Ue”.

La presa di posizione di Volpi

Il governo italiano ha reagito per voce del sottosegretario della Difesa, il leghista Raffaele Volpi, che in un’intervista a Formiche ha detto che “la Germania non è dentro questo accordo, e una sua azienda può esserne danneggiata. La stampa sta dando grande evidenza ai nuovi accordi con i quali francesi e tedeschi si stanno coordinando ad ogni livello politico. Forse, i francesi stanno muovendosi in questo schema, per dimostrare che la solidarietà d’intenti con la Germania funziona”.

Volpi, in ogni caso, non ha prospettato alcuna contromossa immediata, ma si è limitato a rilanciare il suo impegno a rafforzare il “sistema” del complesso industriale della Difesa: “Il primo passo, indispensabile, è quello di creare strumenti istituzionali che consentano alle nostre imprese migliori, attive nei comparti ad alta intensità tecnologica, quali sono quelle che operano nel settore dell’aerospazio e delle produzioni per la Difesa, di contare sull’attivo sostegno dello Stato. Occorre uno strumento che, da un lato, aiuti le industrie nella fase di scouting delle opportunità e, dall’altro, le sostenga nella delicatissima fase di aggiudicazione delle commesse”.

Il doppio standard: per i francesi campo libero in Italia

Secondo il generale Mario Arpino, ex capo di Stato Maggiore, ai francesi non sarebbe piaciuto l’asse nascente tra Leonardo e Fincantieri, che mette a repentaglio la posizione dell’industria nazionale transalpina.

L’asimmetria tra la facilità dell’azione francese in Italia e gli ostacoli a quella italiana oltralpe è stridente, e il generale lo fa notare in un’analisi su StartMag: “Il nostro rapporto commerciale con i cugini d’Oltralpe non è mai stato né facile, né semplice. Nel senso che loro in Italia sembrano avere gioco facile, se dalle banche ai supermercati, dall’industria al manifatturiero, indisturbati continuano a fare shopping, scegliendo fior da fiore. Dove non possono acquistare, cosa che sempre preferiscono, almeno partecipano. Chapeau, evidentemente sono più bravi di noi, che in Francia di strategico non comperiamo mai niente e partecipiamo assai poco”.

E per questo bisogna incolpare l’incapacità di concepire una visione strategica a livello sistemico di cui la classe politica italiana contemporanea ha dato prova. La Francia può muoversi contando su una finanza consolidata, grandi gruppi industriali che lavorano in sinergia con lo Stato, obiettivi condivisi e, in Italia, amici più o meno interessati. Il nuovo governo italiano, per ora, non è riuscito a rimediare a un’impasse consolidata, a un doppio standard che ci vede parte debole.

L’Italia deve, a partire dal caso Fincantieri, rafforzare la sua capacità d’azione autonoma: con la Francia abbiamo dato prova di esserne capaci nel contesto libico e mediterraneo. Sfidare l’ipocrisia di Parigi, a cui si è associata Berlino, nel caso Fincantieri, risponde del resto all’interesse italiano ma, a ben guardare, anche a quello francese, dato che il governo Macron sta perdendo la grave occasione di poter separare, in un settore strategico, il destino del suo Paese da quello della Germania. Nel rapporto con la quale la Francia si ritiene socio alla pari, ma è destinata a riscoprirsi satellite.

L’articolo Quel doppio standard europeo 
che favorisce sempre la Francia
 proviene da Gli occhi della guerra.

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