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Che cos’è il franco Cfa, la moneta “coloniale” di Parigi

Nel mondo politico italiano, il recente rinfocolamento del problema migratorio ha fatto scoppiare la polemica sul franco Cfa.  Il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, intervenendo a “Non è l’Arena” su La 7, ha mostrato una banconota del franco Cfa e la foto di un bambino del Burkina Faso che lavora in una miniera d’oro e ha detto: “La soluzione non è prendere gli africani e spostarli in Europa ma liberare l’Africa da certi europei, come i francesi, che la sfruttano”. Dichiarazioni che hanno fatto il paio con quelle poi pronunciate da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, che hanno puntato il dito contro Parigi, accusata di essere la principale potenza sfruttatrice dei Paesi del continente africano.

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L’argomento è, per certi versi, sicuramente semplificatorio: le problematiche dell’Africa sono molte e ben profonde, questioni geopolitiche, economiche e sociali a cui si aggiungono una forte corsa per il controllo del continente da parte delle maggiori potenze e questioni come il land grabbing che sottraggono ampie porzioni dei territori africani alla sovranità dei loro popoli. Tuttavia, in certi contesti l’ingerenza di Parigi è ravvisabile e macroscopica. E il franco Cfa si presenta come strumento fondamentale per questa ingerenza.

Storia e struttura del franco Cfa

Tale sistema valutario è stata creata nel 1945 come Franco delle Colonie Francesi d’Africa, ideando l’acronimo significativamente rimasto inalterato dopo lo sviluppo della sostitutiva Comunità Finanziaria Africana a partire dagli Anni Sessanta. Al franco Cfa fanno riferimento due valute, una per l’Africa occidentale ed una per l’Africa centrale e 14 Paesi: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo.

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Secondo un accordo tra la Francia e le sue ex colonie, il franco Cfa si è legato al franco francese prima e all’euro poi attraverso un tasso di cambio fisso, con Parigi che garantisce la piena convertibilità della valuta e i trasferimenti interni all’area monetaria attraverso il Ministero del Tesoro, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.

Le problematiche del Franco Cfa

Secondo l’analista Giuseppe Masala, qua iniziano i problemi relativi al sistema valutario in questione. “Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria”, scrive Masala su Globalistintravedendo il “diavolo del colonialismo” dietro il franco Cfa. “Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali . Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro”.

“Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera”.

E qua si entra in un terreno scivoloso: sull’effettiva sovranità dei Paesi del franco Cfa sussistono numerosi dubbi. E Parigi, in questo contesto, ha contribuito a infittirli. Basti pensare alla leggerezza con cui la Francia ha considerato il pre-carrè africano come un vero e proprio “cortile di casa”. Dalla Costa d’Avorio al Mali, passando per la Repubblica Centrafricana, Parigi è stata in prima linea nell’ingerenza politico-economica e nella corsa alle risorse, tra cui è spiccato per anni l’uranio nigerino vitale per la sua industria atomica. La connivenza dei governi locali ha fatto il resto, con la Francia che si è impegnata in una vera e propria operazione sussidiaria facendo negli ultimi anni del Ciad il suo “gendarme” regionale.

Che ruolo ha il franco Cfa nel sottosviluppo dei Paesi africani?

Le critiche di Masala e la presa di consapevolezza dell’influenza di Parigi nel Sahel e nel resto dell’area ex coloniale non devono però portare a invertire i termini della questione: non è tanto il franco Cfa ad essere la causa diretta delle problematiche notevoli che i rapporti tra il centro e l’ex periferia dell’impero coloniale francese presentano oggigiorno, quanto piuttosto la moneta ad essere una componente fondamentale di un sistema che prefigura il mantenimento di un legame ombelicale tra Parigi e le sue ex colonie.

Come scrive Metalli Rari“il franco Cfa non è stata in grado di sradicare i problemi cronici delle economie africane, anche se non è facile determinare in che misura ha contribuito a peggiorare la situazione. Di certo, ha modellato il funzionamento di queste economie e, dal momento che si tratta di una valuta forte, non aiuta di certo le esportazioni. Probabilmente, in paesi con settori agricoli fragili e industrie in una fase embrionale, la rigidità di questa moneta e la difficoltà a svalutarla (serve l’approvazione francese) sono un grosso ostacolo per lo sviluppo”.

Ma questo ci aiuta a comprendere come, in ultima istanza, il problema sia prettamente politico: cambiare moneta non aiuterà i Paesi del continente africano a ottenere un dignitoso livello di sviluppo se non si arriverà a un livello di sviluppo delle classi dirigenti locali tale da rendere possibile un’azione autonoma. E questo, a ben guardare, a Parigi non piace. 

Oltre il franco Cfa: così Parigi condiziona i governi africani

Il franco Cfa appare funzionale a uno strumento di controllo di numerosi Paesi africani che ha puntualmente inghiottito tutti i leader che hanno provato a cambiare lo status quo. Il caso più emblematico è quello dell’eroe panafricanista, il Presidente burkinabe Thomas Sankara, ucciso nel 1987 poco dopo aver proclamato la sua volontà di rompere la schiavitù del debito che opprimeva i Paesi africani. 

Ma i numeri che riguardano la Françafrique vanno oltre il famoso caso Sankara e sono eclatanti. “L’elenco dei colpi di stato compiuti in Africa, specie nelle ex colonie francesi, è impressionante”, scrive Italia Oggi. “Cinque in Burkina Faso e nelle Comore. Quattro in Burundi, Repubblica Centrafricana, Niger e Mauritania. Tre in Congo e Ciad. Due in Algeria, Mali, Guinea Konakry. Almeno uno in Togo e Costa d’Avorio. Gli storici hanno calcolato che negli ultimi 50 anni vi sono stati 67 colpi di stato in 26 paesi africani, 16 dei quali erano ex colonie francesi. È la prova concreta che, dal 1945 in poi, la Francia ha fatto di tutto, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi prezzo, pur di tenere sotto controllo le sue ex colonie”. Sylvanus Olimpio, Presidente del Togo ucciso nel 1963, e Modiba Keita, Presidente del Mali rovesciato nel 1968, furono estromessi dal potere poco dopo aver esplicitamente criticato il franco Cfa.

Fonte Gli Occhi della guerra

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