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Dopo 20 anni, la guerra è un fallimento. Gli Usa preparano il ritiro dall’Afghanistan e trattano con i talebani

Qualcosa si muove in Afghanistan. Nelle ore in cui si parla di un piano per il ritiro del contingente italiano, l’inviato americano, Zalmay Khalilzad, ha confermato al New York Times che si sta raggiungendo un accordo fra Stati Uniti e talebani sul ritiro delle forze Usa dal Paese.

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L’accordo fra Usa e talebani

La bozza dell’intesa fra Pentagono e guerriglieri afghani consiste in uno scambio. I talebani, a detta delle prime indiscrezioni, si impegnerebbero a evitare che l’Afghanistan diventi una sorta di santuario del terrorismo, colpendo così Stato islamico e Al Qaeda. Gli americani, dal canto loro, avrebbero assicurato ai guerriglieri afghani di terminare totalmente la loro campagna militare dando una scadenza temporale precisa che non è stata resa ufficiale. Ma da Washington è arrivata anche un’altra richiesta: il rispetto totale del cessate il fuoco e il coinvolgimento del governo afghano nel processo di pace.

Khalizad ha voluto sottolineare che si tratta di intenzioni di massima che devono “essere rimpolpate prima di diventare un accordo”. Ma è chiaro che siamo di fronte a un momento potenzialmente fondamentale della storia recente dell’Afghanistan, visto che da ormai 10 anni non si riesce a raggiungere una svolta nel processo di pace. Lo stesso presidente Ashfar Ghani, che ha più volte mostrato scetticismo nei confronti dei colloqui con i guerriglieri, ha esortato i talebani in diretta alla tv nazionale di “accettare la richiesta degli afghani per la pace e intraprendere colloqui seri con il governo”. Una dichiarazione che nell’ottica dello scacchiere afghano indica sicuramente un’apertura significativa.

Il fallimento dell’Occidente in Afghanistan

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Ma cosa c’è realmente dietro l’annuncio del ritiro Usa da una guerra che da quasi 20 anni coinvolge le forze americane e che ha mietuto così tante vittime fra i civili, le forze di sicurezza ma anche fra le stesse truppe statunitensi? Sicuramente un dato di fondo: la guerra è persa. Gli Stati Uniti e le forze occidentali sono coinvolte da tempo in un conflitto che è stato un vero e proprio fallimento e che non ha alcuna apparente via d’uscita che garantisca la vittoria da parte del fronte capitanato da Washington. 

La guerra in Afghanistan ha rivelato ancora una volta la vera natura del Paese: il cimitero degli imperi. Da Kabul alle province più estreme, il potere dei talebani si è prima ridotto per poi riprendere vigore, come un’onda che si ritira per poi infrangersi di nuovo sulla sabbia. La guerriglia islamica sembrava dovesse essere sconfitta. E all’inizio nessuno poteva pensare che la Nato e le forze Usa avrebbero ottenuto così poco dopo anni e anni di impegno costante sul campo. Ma questo è l’Afghanistan: un Paese che non lascia scampo a chi prova a conquistarlo. Con forze locali che sono radicate nel tessuto sociale, che conoscono ogni parte del territorio, che sanno perfettamente come comportarsi con i Paesi confinanti e i governi che provano a penetrare nel territorio.

La forza dei talebani

I talebani oggi sono una forza senza pari in Afghanistan nonostante quasi due decenni di guerra. Erano loro l’obiettivo del conflitto, e adesso la loro forza conta di circa 50mila uomini perfettamente in grado di combattere. Hanno un rete d’interessi economici che li porta ad avere contatti in tutto il mondo. Controllano la produzione di oppio gestendo una trama criminale estesa in ogni parte del globo. Detengono il controllo delle maggiori vie di comunicazione dell’Afghanistan, possedendo le chiavi per collegare l’Asia centrale e hanno armi in abbondanza.

Ma soprattutto hanno avviato da tempo trattative con tutte le potenze coinvolte in Afghanistan, dalla Russia, all’Iran alla Cina, fino agli Stati Uniti. E oggi sono diventati l’unica forza realmente in grado di decidere i destini dell’Afghanistan, ancor più del debole governo di Kabul. Un governo che ha perso decine di migliaia di uomini (45mila dal 2014 a detta del presidente Ghani) e che sa di non avere più il controllo del Paese.

Con questi dati di fatto inequivocabili, americani e talebani si sono incontrati a Doha in questi giorni per provare a mettere nero su bianco un accordo che può porre fine a un conflitto che appare eterno. L’Afghanistan non sa più cosa sia la pace, i talebani sano di aver raggiunto il massimo dei loro obiettivi, mentre Donald Trump non ha più intenzione di essere coinvolto in un questa guerra.

I motivi per stringersi la mano ci sarebbero. Ma restano anche molti dubbi, a cominciare dalla stessa tenuta dell’accordo. Molto spesso i patti con i talebani si sono rivelati del tutto aleatori e poi non rispettati. Inoltre, il ritiro americano dall’Afghanistan potrebbe anche rivelare un’altra realtà, quella della privatizzazione della guerra, come più volte suggerito dal fondatore di Academi (la veccia Blackwater) Erik Prince. Il tutto con un’incognita a dir poco rilevante: lo Stato islamico. L’Isis non è potente in Afghanistan come lo era in Iraq e Siria, ma c’è e rischia di arruolare le parti più estreme dei talebani che non vorranno un accordo con il Pentagono.

Fonte Gli Occhi della guerra

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