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L’Europa dei forti accerchia il Venezuela

di Geraldina Colotti


Austria, Danimarca, Finlandia… Le dichiarazioni di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna, governi che allo scadere dell’”ultimatum” a Maduro hanno riconosciuto come “presidente a interim” il deputato venezuelano Juan Guaidó, hanno prodotto un effetto domino di subalternità evidente alle politiche imperialiste di Donald Trump. Davvero penose le dichiarazioni rese alla stampa dal primo ministro spagnolo Pedro Sanchez: “Stiamo lavorando per il ritorno della piena democrazia in Venezuela”.


Un lavorìo che sta portando i mercenari Usa alle frontiere del Venezuela per far entrare gli “aiuti umanitari” con il supporto di governi-sudditi come quello di Duque in Colombia e di Bolsonaro in Brasile. Un altro attacco può partire dall’isola di Aruba, situata di fronte alla penisola venezuelana di Paraguanà, antico possedimento olandese che non ha mai raggiunto l’indipendenza dai Paesi Bassi.


L’autoproclamato “presidente a interim”, Juan Guaidó, ha annunciato che detto “aiuto” sbarcherà nel fine settimana e “metterà alla prova” la fedeltà della Forza Armata Bolivariana (FANB) al governo legittimo di Nicolas Maduro. L’”ultimatum” dei paesi europei imponeva a Maduro di dimettersi e di indire nuove elezioni presidenziali: non solo arrogandosi così una facoltà che non gli compete, ma anche disconoscendo la costituzione bolivarianaq, che prevede un referendum revocatorio possibile per ogni carica elettiva, alla metà del mandato.


L’Assemblea Nazionale Costituente, organo plenipotenziario convocato per metter fine alle violenze delle destre del 2017, ha auspicato invece, entro quest’anno, lo svolgimento delle elezioni legislative. Lo scorso 21 gennaio, appoggiandosi sull’articolo 138 della Costituzione, il Tribunal Supremo de Justicia (TSJ) ha dichiarato nulle le decisioni del Parlamento “in ribellione” che hanno messo in moto l’autoproclamazione di Guaidó.


E Maduro ne ha ripreso le indicazioni, che verranno messe sul tavolo di una possibile mediazione. Con questo, il chavismo potrà lanciare una sponda a quelle parti dell’opposizione venezuelana che non vogliono farsi stritolare dalla leadership più estremista rappresentata dal partito di estrema destra, Voluntad popular. Componenti che hanno i loro rappresentanti al governo di alcuni stati del paese, e che si sono smarcate dalla possibilità, sempre più concreta e sanguinosa, di un’invasione armata in Venezuela.


Una eventualità richiesta invece a gran voce dai burattini di Trump, che l’hanno portata in piazza apertamente sabato scorso: in quelle piazze celebrate a senso unico dall’informazione mainstream in Italia, che ha enfatizzato i numeri dell’opposizione, ma ne ha nascosto i contenuti xenofobi e reazionari rappresentati dalle bandiere Usa e da quel gigantesco Trump con tanto di croce al collo, portato in processione.


“Il Venezuela non è governato da fuori”, ha ribadito ancora ieri Maduro assistendo alle esercitazioni della FANB. Una cerimonia per ricordare il 4 febbraio 1992 e la ribellione civico-militare dell’allora tenente colonnello Hugo Chavez Frias. “Sanchez – ha avvertito il presidente rivolgendosi al Primo ministro spagnolo – se vi sarà una invasione avrai le mani sporche di sangue come le ha avute Aznar con la guerra in Iraq”.


Ma per Sanchez, oltre al posizionamento nel quadro dei paesi imperialisti ha contato anche l’appartenenza all’Internazionale socialista, che condivide con Antonio Ledezma, ex sindaco della Gran Caracas in fuga dal Venezuela, vicepresidente dell’IS.

Ledezma, un navigato esponente di quella oligarchia venezuelana che non si è mai rassegnata a vedersi scippare il malloppo, si è adoperato come Julio Borges a costruire trame contro il suo paese fidando su potenti agganci dovuti alle origini italiane.
Con un video in inglese, Maduro si è rivolto al popolo statunitense: “Impedite che si verifichi un altro Vietnam – ha detto – vogliamo la pace, ma anche il rispetto”. Poi ha efficacemente spiegato quali siano le reali mire del governo Trump: il petrolio, l’oro, le acque, le immense risorse del paese che ora servono al popolo e che invece tornerebbero nelle mani delle oligarchie. Ragioni che spiegano la tracotanza dell’Unione europea, una organizzazione di concertazione tra Stati sovrani alle cui competenze non potrebbe sostituirsi, ma che è stata fondata per garantire il mercato capitalista, e che dunque è logicamente portata a difendere quegli interessi anche in Venezuela.


Il governo italiano, per ora, non si accoda, spinto dall’atteggiamento del Movimento 5Stelle, innescato dalle prime dichiarazioni di Alessandro Di Battista. La via praticata è quella del “dialogo”. Il Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero, che ha una posizione assai diversa da quella dei 5S, il 7 sarà a Montevideo per partecipare alla riunione del “gruppo di contatto” lanciata da Messico e Uruguay, mentre le opposizioni in Italia fanno fuoco e fiamme.


Il loro atteggiamento, portato avanti nel contesto politico italiano e in quello europeo, è apparso chiaro subito dopo l’elezione di Nicolas Maduro, il 20 maggio. Un voto espresso da quasi 7 milioni di persone e a cui hanno partecipato circa 10 milioni di aventi diritto. Una consultazione – la numero 25 celebrata in 20 anni di governo bolivariano – alla quale si sono presentati anche candidati di opposizione, nonostate molteplici sabotaggi messi in atto per vanificare la partecipazione e il risultato.


Un piano – ha ricordato il ministro degli Esteri venezuelano Jorge Arreaza davanti a una platea di ospiti internazionali – che era stato concordato mesi prima: quando una telefonata da Washington aveva obbligato l’opposizione a non firmare l’accordo deciso dopo mesi di costoso dialogo diretto dall’ex presidente spagnolo Zapatero nella Repubblica Dominicana.


Da allora si è messa in moto una fitta trama internazionale, basata su numerosi pronunciamenti diplomatici e su sanzioni sempre più pressanti a livello economico e finanziario. Una strategia che richiedeva la presenza alla direzione del Parlamento venezuelano “in ribellione” di un rappresentante della forza più estremista e subalterna a Washington, Voluntad Popular. Nelle formazioni di opposizione, infatti, è stata stabilita una rotazione e ora toccava al partito di Leopoldo Lopez e di quella Lilian Tintori, disposta a fare carte false per una fotografia con Trump.


Una situazione costruita a tavolino, come si può verificare ripercorrendo le tappe delle decisioni adottate contro il Venezuela anche dai paesi europei. La strategia del “caos controllato”, che prevede la balcanizzazione del Venezuela anche mediante la finzione di una nuova “rivoluzione di colore”. La rimonta delle oligarchie che, dopo la vittoria della destra in Salvador, ora ha messo un altro tassello in Centroamerica. Se passano in Venezuela, spazzeranno via il Nicaragua, Cuba e quel che resta dei governi progressisti latinoamericani. Se passano in Venezuela, non si tratterà soltanto di un cambio di governo.

Fonte L’Antidiplomatico

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