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Crisi del latte sardo: bisogna cambiare il sistema distributivo e certificare l’origine

In questi giorni il latte sardo versato riempie le immagini di tutte le TV: questo magnifico nutrimento, il cui uso è antico di millenni, viene disperso e distrutto per protesta.  Un atto che deve pesare molto ai pastori, che, dai tempi arcaici, vivono con le armenti, per esse, su di esse, su questa bevanda che diventa formaggio, ricotta, nutrimento, fin dai tempi di Ulisse e Polifemo.  Ora lo versano, distruggendolo, come atto di orgoglio: meglio morti per la fame, che essere tenuti per la miseria. Popolo orgoglioso, quello sardo, duro, giusto.

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Perchè questo latte viene distrutto? Il prezzo è attualmente di 85 centesimi al litro, mentre le aziende casearie vogliono pagarlo 55 – 60 centesimi, un calo del 35% che nessuna azienda, di nessun settore che non sia parassitario può reggere. La cosa curiosa è che, in media, si produce 1 kg di formaggio da 10 litri di latte a cui aggiungere la ricotta, per cui dovremmo vedere formaggi venduti a 10 -12 euro al kg, ma questo non accade per il pecorino sardo.

Questo è il prezzo della GDO, mentre in un negozio tradizionale raggiunge i 23 euro al kg. Nella catena distributiva qualcuno fa il furbo, anche perchè non sono formaggi invecchiati 48 mesi. Vero è che il pecorino romano viene venduto ad un altro prezzo, ma è pure un altro tipo di formaggio con lavorazione diversa.

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La qualità del formaggio sardo DEVE a questo punto essere riconosciuto con una catena distributiva tramite blockchain, che permetta al produttore di sapere che il Pecorino Sardo sarà prodotto solo con latte della Sardegna. Una forma di tracciatura che fa si che solo il latte sardo dia origine a pecorino sardo, seguito in ogni passaggio distributivo o venduto anche in modo diretto. Oggi, con la DLT, il consumatore finale può sapere che la fetta del pecorino marchiato che sta comprando in negozio, o che ha ordinato in vendita diretta, è stata prodotta il tale giorno con il latte proveniente da questo o quell’allevamento.  In questo modo l’allevatore sardo potrà vedere riconosciuta la qualità del suo prodotto, e non confuso da qualche succedaneo di qualità inferiore.

Purtroppo i prodotti italiani, sardi, emiliani, piemontesi, veneti, campani, siciliani, sono di alta qualità, ma di quantità prodotta limitata e spesso ad un livello più artigianale che industriale. Si prestano alla contraffazione, alla truffa mascherata dell’”Italian Sounding”. Come può essere sardo un formaggio prodotto con latte rumeno? Come può essere campana una passata fatta con pomodori spagnoli? I prodotti italiani devono essere certificati, in modo non falsificabile, dal campo alla tavola e chiunque, in ogni fase della catena produttiva, deve essere in grado di certificare il prodotto, in modo che non sia falsificabile, alterabile.

In questo modo il consumatore sarà informato, il prodotto vedrà riconosciuta la sua qualità, e sarà possible anche proporne la vendita diretta. Perchè ogni uomo possa, degnamente, vivere del prodotto del proprio lavoro.

via Scenarieconomici

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