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QUANDO L’ITALIA FINANZIA LA PRODUZIONE DEL LATTE OVINO IN ROMANIA. LA NECESSITA’ ASSOLUTA DI TRACCIARE LA FILIERA ED EVITARE INDUSTRIALI FURBI

Ieri Giuseppe Palma a Paolo Becchi su Libero hanno messo in evidenza uno scandalo , risalente al 2010, per il quale i Fratelli Pinna, con la RoInvest, e la Simest, partecipata CDP e controllata MISE , con funzione di aiutare le e aziende italiane ad un processo di internazionalizzazione, avevano creato una grande azienda casearia ovina in Romania, a Timisoara, per la produzione di pecorino e ricotta che poi venivano vendute con denominazioni simil italiane sui mercati mondiali. Un caso unico, assurdo, di un industriale caseario che distruggeva il proprio mercato, con il cofinanziamento dello Stato italiano. Una situazione incredibile, che ha portato anche ad un intervento giudiziario della Coldiretti. Questa abilità di distruggere il proprio mercato da soli, con i propri mezzi, per un’avidità di breve termine, non poteva sfuggire a Matteo Renzi, che infatti elogiò gli industriali casera e visitò la loro fabbrica. Intanto che c’era poteva fare un salto anche in Romania..

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Purtroppo insito in quella parte di politica italiana, di destra , centro o sinistra , prona al grande capitale ed incapace di vedere con una prospettiva che vada oltre alla settimana, c’è sempre questo desiderio di vedere i prodotti italiani sviliti e delocalizzati, senza rendersi conto che questo non solo è un tradimento delle proprie radici, ma anche la distruzione del tessuto imprenditoriale e politico che ne costituisce la base elettorale. Senza la classe media esistono solo estremi arrabbiati, molto arrabbiati, che votano soluzioni estreme, ma chi ha distrutto la classe media imprenditoriale? Chi ha voluto la desertificazione commerciale ? Chi ha distrutto la piccola azienda con la burocrazia? Gli stessi che oggi si lamentano perchè l’elettore vota Lega o M5s.

Ciò premesso è necessario anche un impegno sul lato dei prodotti, per evitare che i pochi rimasti siano il pretesto per una guerra fra poveri. Bisogna fare in modo che modo che i prodotti italiani siano certamente, ed assolutamente, italiani, che le materie prime siano seguite dal campo, dalla mucca, dalla vigna sino al consumatore in modo univoco. Che il consumatore possa facilmente verificare l’origine del prodotto, che le ditte non possano scambiare un grana Ceco o un pecorino Rumeno per grana Padano o pecorino Romano o Sardo. questo porterà ad un forte conflitto con la GDO, abituata a non sentirsi dire di no, e soprattutto con gli industriali, troppo spesso non in grado di capire l’”Oggi” e di immaginare per il domani, ma se ne faranno una ragione. Un’opera di forte identità alimentare non potrà che far crescere il mercato e finalmente permettere la valorizzazione non solo a livello italiano, ma mondiale, di prodotti di qualità, sicuri, certificati, che invece ora sono sviliti da Italia Sounding e truffe di vario tipo, per una perdita totale superiore a 190 miliardi all’anno ( 90 per le truffe e100 per l’italian sounding). Perdite che danneggiano le aziende veramente italiane e che potrebbero generare un benessere diffuso e più  introiti per  lo stato.

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via Scenarieconomici

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