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In Siria 4 milioni di bambini non hanno visto altro che la guerra

Occhi che guardano muti, i bambini: quelli che commuovono facilmente l’opinione pubblica ma altrettanto facilmente vengono strumentalizzati da una parte e dall’altra per poi di fatto essere dimenticati. La realtà fotografa una generazione perduta, 4 milioni di piccoli non hanno visto altro che devastazione e morte da quando sono nati, uno su tre non conosce la scuola e uno su due dipende interamente dagli aiuti umanitari. Due anni fa la prima Conferenza dei donatori raccolse 6 miliardi di dollari per porre un argine al disastro, poco e tardi: almeno 2,5 milioni di bambini sono sfollati all’interno della Siria.

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Le organizzazioni non hanno mai abbandonato il terreno di lavoro, neppure quando l’avanzata dello Stato Islamico oggi sconfitto associata alla cattiva coscienza occidentale rendeva la Siria una causa persa e poco appassionante, continua a raccogliere voci e storie. L’ultimo rapporto, che s’intitola“Un domani migliore: la voce dei bambini siriani” e sarà presentato stamattina, racconta il deserto umano del nord del Paese, dove oltre il 30% dei minori soffre di gravi stati di angoscia e ansia. È la regione dei governatorati di Aleppo, dell’ex capitale del Califfato Raqqa, di Idlib, estrema roccaforte degli irriducibili di al Baghdadi ma anche discarica esistenziale dei figli dell’Isis, i più reietti tra i reietti. È una zona ristretta dove vive però più della metà dei bambini siriani in condizioni precarie. Le parole dei protagonisti trafiggono chi ascolta, gonfie di vuoto come la pancia degli affamati ma non disperate, il 70% degli intervistati desidera passare il tempo con gli amici, l’86% vorrebbe andare bene a scuola, il 98% sogna l’armonia in famiglia mentre la quasi totalità (98%) vorrebbe vivere in un contesto di pace.

I bambini guardano avanti, si dirà che è banale ma troppo spesso quel che suona banale viene ignorato con la scusa che tanto non stupisce nessuno. Il risultato è l’afasia. In Siria invece c’è Lina, 13 anni, sopravvissuta all’assedio nel Ghouta orientale e rifugiata a Idlib che dopo aver sepolto i genitori voleva solo sparire, «ho sperato di morire anch’io, ma Dio aveva altri piani. Ora voglio che la guerra finisca per poter tornare dove vivevo e ricostruire il mio Paese». C’è Sara, 14 anni, ferita durante un raid aereo a Deir Ezzor e ora sfollata in un campo profughi («La mia vita e la guerra sono una cosa sola. Anche qui, il rumore di un aereo in cielo mi fa subito paura. Vorrei dire a tutti i bambini del mondo di non allontanarsi mai troppo dalla loro famiglia e di non giocare con oggetti pericolosi».). Ci sono quelli che per aiutare la famiglia sono costretti a sposarsi precocemente (il 65% delle bambine denuncia i matrimoni precoci). Ci sono piccoli depressi, malnutriti, senza sorriso.

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