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Dopo grano, olio d’oliva e ortofrutta la UE vuole distruggere anche il vino siciliano

Dicono: uno dei pochi settori dell’agricoltura siciliana che non manifesta segni di crisi è il vino. E’ vero? Forse per una ristretta cerchia di privati che, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, sono stati aiutati dalla Regione magari sarà così. Alcuni privati, poi, sono molto bravi. Ma per la grande maggioranza delle cantine siciliane – e per i produttori di uva da vino che producono per i vinificatori – la crisi è pesante.

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La questione delle cantine l’affronta in un comunicato la CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) della Sicilia occidentale. Proviamo a leggere e a commentare il comunicato:

IL CROLLO DEI PREZZI – “Annata abbondante per il vino da tavola, soprattutto a nord della penisola. Tanto abbondante da determinare un vero e proprio crollo dei prezzi per quello siciliano, che non riesce neanche a trovare sbocchi di mercato. Il risultato è che nelle cantine dell’Isola in questo momento c’è oltre un milione di ettolitri di vino comune – una volta identificato dalla normativa come ‘vino da tavola’ – mentre il prezzo, ad esempio dei bianchi, è sotto i 2 euro per ettogrado, circa 20 centesimi al litro. Lo scorso anno veniva invece venduto a 40-45 centesimi, prezzo sempre inferiore rispetto alla media dell’Ismea (54 centesimi). Stessa sorte per i mosti concentrati (MCR), utilizzati per elevare il grado alcolico: sono sempre meno quelli che partono dall’Isola alla volta di quelle regioni dove, per condizioni climatiche, è difficile arrivare alla gradazione alcolica minima prevista dalla legge”.

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Nel comunicato si racconta la verità: la crisi di quest’anno è pesante, ma negli anni passati c’è stata sempre crisi, con prezzi inferiori a quelli Ismea.

ANTICAMERA DEL FALLIMENTO? – “Con questi prezzi è impossibile rientrare dai costi – spiega Maurizio Scavone, presidente della CIA di Mazara del Vallo -. Nelle province di Palermo e Trapani, che da sole producono quasi il 70% di vini e mosti siciliani, crisi di mercato e prezzi bassissimi non consentiranno a tutte le cantine sociali di coprire i prestiti per le anticipazioni. C’è il rischio di gravi sofferenze bancarie che possono costituire l’anticamera del fallimento, con conseguenze devastanti per il territorio. Serve una soluzione immediata che possa per scongiurare la grave crisi sociale che si innescherebbe, colpendo diverse migliaia di famiglie di viticoltori”.

Uno stato di crisi che trova conferma nelle preoccupazioni dell’Irvo, l’Istituto regionale del vino e dell’olio:

L’IRVO E’ PRONTO. LA REGIONE SICILIANA E’ PRONTA? – “Per superare questo momento bisogna trovare dei possibili “strumenti” che permettano di ammortizzare, nel lungo periodo, le annate in cui ci sono state produzioni eccessive – commenta Vincenzo Cusumano, direttore dell’Irvo, interpellato dalla CIA Sicilia Occidentale -. Ma guardando oltre bisogna anche intervenire strutturalmente sul tessuto imprenditoriale siciliano, fatto soprattutto di micro imprese. Da un lato sarebbe meglio studiare dei meccanismi che possano meglio distribuire gli utili lungo la filiera, mentre dall’altro le stesse imprese cooperative dovrebbero sforzarsi di innovarsi ed emergere sul mercato anche internazionale. Sono reduce dal Prowein di Dusseldorf e c’è tutt’oggi una forte domanda per il brand Sicilia. Bisogna avere idee innovative, l’Irvo è pronto, ancora una volta, a fare la sua parte a sostegno della vitivinicoltura siciliana”.

Peccato che la Regione stia facendo di tutti per fare fallire l’Irvo….

“I dati sulle giacenze, secondo il bollettino ‘Cantina Italia’ emesso il 15 marzo scorso dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi del Ministero (ICQRF) – leggiamo sempre nel comunicato – dicono che il Veneto detiene ad oggi circa 1.8 milioni di ettolitri (+350 mila rispetto a un anno fa). Giacenza quasi doppia rispetto a quella siciliana (poco più di un milione di ettolitri) dove però la superficie vitata per il vino comune è il doppio rispetto a quella veneta (quasi 9 mila ettari contro 4360). E’ l’Emilia Romagna, comunque, a fare la parte del leone con oltre 4 milioni di ettolitri di giacenza attuale, seguita dalla Puglia (2,2 milioni)”.

“Il vino comune – leggiamo sempre nel comunicato della CIA – non ha un disciplinare rigoroso come Doc e Igt. E’ regolamentato dal Testo unico (legge 238/2016) che prevede ad esempio una resa massima di 500 quintali di uva per ettaro (tra i 350 e i 400 ettolitri di vino). In Sicilia, a seconda del tipo di coltivazione, intensiva o meno, la resa si aggira tra i 160 e i 200 quintali”.

“Quello dei 500 quintali è un tetto da rivedere, anche per evitare il rischio di frodi – dice Antonino Cossentino, presidente della CIA Sicilia Occidentale – per questo chiediamo l’abbassamento da 500 a 250 quintali per ettaro ma anche l’attivazione di controlli straordinari nei confronti di quelle aziende che, a qualsiasi latitudine, abbiano presentato dichiarazioni di raccolta anomale”.

DALLA UE ZUCCHERO PER TUTTI! – La CIA Sicilia Occidentale chiede anche la messa al bando definitiva dello zuccheraggio del vino, concesso dalla normativa europea in Francia e in Germania, ma anche in alcune zone dell’Italia: Valle d’Aosta, Trentino e nella provincia di Belluno.

“Lo zuccheraggio nel resto d’Italia è sofisticazione – conclude Cossentino – è un reato. Se estendiamo il divieto anche a quei territori possiamo trovare sbocchi di mercato per i nostri mosti che non partono più”.

I RADICAL CHIC DEL VINO SICILIANO – Qualche considerazione. Cominciamo dalla Regione siciliana, ormai assente rispetto ai temi delle cantine sociali. Nella seconda metà degli anni ’90 la Regione ha scelto di sostenere e potenziare un gruppo di produttori privati di vino – i ‘radica chic’ del vino siciliano – molti dei quali acquistano l’uva dagli agricoltori siciliani a prezzi stracciati. E mangiano ‘pane e OCM’, ovvero si abbuffano di fondi europei.

E’ uno scenario incredibile, che va avanti da molti anni: da una parte i ‘radical chic del vino siciliano che sguazzano nei fondi pubblici e, dall’altra parte, le cantine sociali in crisi e la maggior parte dei produttori di uva da vino siciliani ‘strozzati’ dai prezzi stracciati. Tanto che molti agricoltori dell’Isola vorrebbero sbarazzarsi dei vigneti. Di questo tema parleremo avanti, quando illustreremo i danni prodotti dall’Unione Europea a chi in Sicilia coltiva i vigneti da vino.

Per ora sottolineano la totale assenza della Regione siciliana rispetto alle cantine sociali. Un tempo, quando la Regione siciliana stava in piedi e non scippava soldi alla sanità pubblica per andare avanti, c’erano gli stessi problemi. Ma c’erano le leggi regionali che, ogni anno, ripianavano i debiti delle cantine sociali.

Questo, con molta probabilità, ha tolto mordente ai gestori delle cantine sociali, che non si sono mai preoccupati di migliorare la produzione e di misurarsi con il mercato. Ci sono, ovviamente, alcune eccezioni: ma sono, per l’appunto, eccezioni.

Oggi i soldi sono finiti. E, come già accennato, la situazione è cambiata. La Regione siciliana è senza soldi e le cantine sociali, a propria volta, tranne rari casi, non hanno migliorato i propri rapporti con qualità e mercato.

Con molta probabilità, se dalla seconda metà degli anni ’90 ad oggi la Regione non avesse sostenuto solo i produttori di vino ‘in’ lo scenario sarebbe un po’ diverso. Ma non si può rimproverare alla Regione siciliana di utilizzare due pesi e due misure per la questione vino: in questi casi la verità va nascosta…

GOVERNO NAZIONALE? ASSENTE! – Del Governo nazionale inutile parlarne: in questo settore, a partire dalla cosiddetta Seconda Repubblica, non c’è mai stato. E oggi, con la gestione leghista del Ministero delle Politiche agricole gli aiuti – indiretti – privilegiano il Centro Nord rispetto al Sud.

Ma il vero colpo di grazia alle cantine sociali della Sicilia lo ha assestato l’Unione Europea, con una serie di provvedimenti sbagliati. Nel comunicato della CIA si legge – giustamente – dello zuccheraggio dei vini: che senso ha produrre vini con lo zucchero di canna o di bietola?

LE UVE FRANCESI E TEDESCHE? ANONIME… – Eppure l’Unione Europea ha concesso questo a Francia e Germania che, dai tempi di Crispi, hanno avuto sempre vigneti ‘fragili’, incapaci, per le condizioni climatiche, di produrre uve con un giusto tenore di zuccheri.

Lo stesso discorso vale per i tanto ‘celebrati’ vini del Nord Italia.

Così è intervenuta l’Unione Europea con il sì allo zuccheraggio dei vini, provvedimento che penalizza il Sud, che ha perso anche il mercato dei mosti. Ennesima vergogna da parte di una UE che, nel Sud Italia, in materia di agricoltura, ha prodotto e continua a produrre solo grandi danni.

Di questo si devono ricordare gli agricoltori siciliani: se ne ricordino in queste ore proprio mentre gli esponenti del centrosinistra siciliano innalzano le bandiere dell’Unione Europea qua e là, in vista delle elezioni europee del prossimo mese di maggio: le bandiere di quell’Unione Europea che sta distruggendo scientificamente l’agricoltura del Sud Italia, dal grano duro all’olio d’oliva, dall’ortofrutta al vino.

Se ne ricordino, gli agricoltori siciliani, al momento del voto…

LE QUOTE E I DIRITTI DI REIMPIANTO: SEMPRE LA UE – Mentre nel resto d’Italia cresce la domanda di vigneti, in Sicilia – come già accennato – gli agricoltori vorrebbero eliminare i vigneti. In un precedente articolo ci siamo già occupati dei cervellotici e fallimentari regolamenti dell’Unione Europea, che sono stati pensati per tutelare i produttori dei ‘grandi vini’ francesi e tedeschi (ma perché non se li bevono loro?) e, in parte, del Nord Italia (QUI IL NOSTRO ARTICOLO).

Sintetizzando, in attesa che questi regolamenti comunitari vengano sbaraccati, gli agricoltori siciliani devono chiedere a gran voce di potersi liberare dei vigneti da vino, vendendo i diritti di reimpianto ad altre Regioni italiane. E lo devono chiedere scendendo in piazza, modello protesta dei pastori sardi.

Una seconda cosa da fare, già a partire dalla prossima vendemmia, è costituire un ‘cartello’ tra tutti i produttori siciliani di uve da vino della Sicilia. E fissare il prezzo dell’uva da vino non sulla base delle esigenze dei privati che producono vino, ma sulla base delle esigenze degli stessi agricoltori. Il prezzo gli sembrerà troppo alto? Bene: vadano ad acquistare l’uva in altre Regioni italiane…

Dopo di che, per le cantine sociali, è inutile prendersi in giro: non ci si inventa produttori di grandi vini in pochi anni, considerato che il mercato non è semplice.

Qualche rimedio ci potrebbe essere: al nuovo Parlamento europeo si potrebbe chiedere il ritorno alla politica dei prezzi: prevedere, per almeno dieci anni, un prezzo di ritiro del vino tale da consentire alle cantine sociali di andare avanti. Queste ultime dovrebbero migliorare la qualità in prospettiva e trovare nuovi mercati per il prodotto sfuso: per esempio il mercato russo, come si faceva nel Trapanese negli anni ’80 del secolo passato.

Fonte INuoviVespri

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