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Pfas nelle acque Veneto: le autorità sapevano, ma non hanno mai fatto nulla per evitare l’inquinamento

Pfas in Veneto, un disastro che poteva essere evitato. La colpa? Delle autorità locali e degli enti di controllo ambientali che avrebbero ritardato gli interventi amministrativi e di bonifica e le indagini penali a carico dell’azienda chimica Miteni.

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È il quadro scioccante che emerge da un’annotazione di polizia giudiziaria redatta dal Comando Carabinieri per la Tutela Ambientale Nucleo Operativo Ecologico (NOE) di Treviso, da Greenpeace dopo la chiusura delle indagini relative al procedimento penale quello relativo a “”.

270 pagine dalle quali emerge una brutta verità: la tossicità delle molecole utilizzate per rendere scivolosa la superficie dei piumini e per rendere antiaderenti le padelle, per cromare e placcare, e la loro presenza nelle acque pubbliche erano cosa nota alla pubblica amministrazione. E la Provincia di Vicenza, guidata nel 2006 dalla leghista Manuela Del Lago, e l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, l’Arpav Veneto, non hanno fatto nulla.

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La popolazione veneta, insomma, è stata condannata ad anni di grave inquinamento, a devastanti problemi di infertilità, a cibo non più sano. Eppure le autorità locali venete, e in particolar modo degli enti deputati ai controlli ambientali, hanno ritardato gli interventi amministrativi di bonifica e tutte le indagini penali.

La chiusura delle indagini della Procura di Vicenza sulla fabbrica dei veleni, che ha prodotto il più grave inquinamento delle acque della storia italiana intreressando ben tre province toccate, 350mila persone e registrando  90mila persone da controllare regolarmente sul piano clinico, ha certificato tredici indagati per inquinamento delle acque e riapre la questione Pfas: la nocività dei solfuri di carbonio combinati con gli acidi fluoridrici, poteva essere resa pubblica già 13 anni fa, mentre nel 2011 “la Provincia di Vicenza avrebbe potuto condividere il documento conclusivo del Progetto Giada e richiedere espressamente all’Agenzia Arpav una verifica approfondita dello stabilimento Miteni”. Nulla di tutto ciò.

Il ruolo della Provincia di Vicenza

Secondo il rapporto di Greenpeace, dagli esiti del “Progetto GIADA”, uno serie di monitoraggi ambientali effettuati tra il 2003 e il 2010, emergono incrementi nella contaminazione da BTF (Benzotrifluoruri), intermedi di sintesi o sottoprodotti derivanti dall’attività dell’azienda Miteni, che già era apparsa al centro di un caso di contaminazione delle acque potabili causato dalla stessa azienda nel 1977 (che aveva spinto le autorità a realizzare nuove condotte dell’acqua ad uso idropotabile).

Dagli stessi monitoraggi viene fuori poi un “incremento significativo” dei livelli di contaminazione di BTF tra il 2003 e il 2009 che “potrebbe dipendere sia da fattori idrologici sia da fatti nuovi verificatesi all’interno dell’area dello stabilimento”.

L’inquinamento fa riferimento alla falda nell’area della Provincia di Vicenza, compresa tra Trissino e Montecchio Maggiore, comuni non interessati dal cambio di fonti di approvvigionamento dell’acqua ad uso idropotabile avvenuto alla fine degli anni ’70 per la città di Vicenza e zone limitrofe.

Si ritiene che la Provincia di Vicenza, oltre a non condividere il documento, avrebbe dovuto richiedere espressamente ad ARPAV una verifica approfondita dello stabilimento Miteni – spiega il NOE. Se ciò fosse avvenuto, l’ARPAV avrebbe notato immediatamente la presenza della barriera idraulica, la quale era stata istallata nel 2005 proprio per tentare di bloccare l’inquinamento della falda da BTF […] Allo stesso modo, l’ARPAV, nonostante fosse a conoscenza degli esiti del Progetto GIADA, inspiegabilmente non ha subito avviato una verifica approfondita e mirata dello stabilimento Miteni”.

Il ruolo di ARPAV

Miteni ha sempre sostenuto che la barriera idraulica presso l’impianto di Trissino sia stata istallata nel 2013. Ma sulla data di messa in funzione della barriera idraulica ci sono sempre state delle incongruenze. Secondo il documento del NOE questa barriera sarebbe stata istallata già nel 2005, mentre ARPAV, in documenti ufficiali, sostiene che solo nel luglio 2013 Miteni avrebbe provveduto ad allineare un filtro a carbone vergine “di fatto cercando di creare una barriera idraulica atta a contenere la dispersione della contaminazione”.

Tuttavia, la nota del NOE, rivela che già in data 13 gennaio 2006 il personale ARPAV Vicenza operava direttamente sulla barriera idraulica di Miteni per chiudere o sigillare i contatori dei pozzi collegati alla stessa barriera. Gli investigatori sono arrivati a formalizzare che si tratta di “volontà dei tecnici ARPAV di non voler far emergere la situazione” indicando a sostegno di tale tesi che, se a seguito dell’ispezione del gennaio 2006 (sulla barriera idraulica allora esistente) i tecnici di ARPAV avessero segnalato la cosa ed effettuato le verifiche del caso “la bonifica sarebbe potuta partire già da quella data”.

Insomma, l’operato (o il non operato) di tecnici e amministratori ha concorso a condannare la popolazione veneta a subire per più di 10 anni gli effetti di una contaminazione nota da tempo. E il bello è che, come concludono da Greenpeace, su questo aspetto la Procura di Vicenza non avrebbe ancora avviato alcun tipo di procedimento.

Germana Carillo

Fonte @greenMe

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