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“Noi, soli contro il mostro”. A Taranto attivisti pronti a bloccare le portinerie dell’ex Ilva

Si allunga l’elenco dei caduti nella lotta contro le emissioni inquinanti dallo stabilimento. Parlano i genitori di Miriam e Alessandro, morti giovanissimi

By Luciana Matarese

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Ci sono giorni in cui su Taranto cala una cappa grigio rossastra, come una nebbia, che però con la nebbia niente ha a che vedere. C’entra invece il vento, li chiamano “wind days”, suono esotico, quasi un rimando a paesi lontani, per un fenomeno al contrario strettamente legato al territorio, a quello stabilimento, l’ex Ilva oggi ArcelorMittal Italia – il più grande complesso siderurgico d’Europa, 15.000 ettari, 200 ciminiere e circa 11 mila dipendenti – che sovrasta la città dal 1965 e che qui tutti chiamano “il mostro”.

Tra i cittadini tarantini si respira anche paura e un gran senso di solitudine, perché qui negli anni si è come consolidata l’idea di essere da soli a combattere una battaglia troppo grande, eppure necessaria. Qualche giorno fa però la seduta di Consiglio comunale monotematica sulla questione inquinamento, si è conclusa con un nulla di fatto. Le associazioni e i cittadini speravano in un provvedimento che bloccasse lo stabilimento. Niente da fare. A imprimere nuovo vigore all’attività delle associazioni è stata la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia. Le associazioni ambientaliste avevano chiesto al sindaco Rinaldo Melucci di firmare un’ordinanza per chiudere l’area a caldo. Ma mancano i dati aggiornati sull’inquinamento, in particolare quelli relativi alla diossina. “I provvedimenti politici – ha spiegato il sindaco – se non supportati da dati e dalla norma fanno poca strada”. Il governatore pugliese Michele Emiliano ha rilanciato la proposta di procedere alla de-carbonizzazione dello stabilimento, secondo lui ostacolata “dalla lobby del carbone che spaventa anche i giganti del petrolio”.

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Poco convinti gli ambientalisti e gli attivisti presenti, che hanno comunque incassato il via libera alla costituzione dell’Osservatorio sulla mortalità. Ora pensano a un’azione eclatante, a quanto risulta ad HuffPost: bloccare le portinerie dell’ex Ilva. Corpo a corpo con il mostro. “Quella struttura è incompatibile con la vita. Vorremmo organizzare una grande manifestazione a Roma sotto Palazzo Chigi, ma non è semplice. Siamo soli. Avevamo chiesto un tavolo urgente per Taranto ai ministri Costa e Grillo, ma non ci hanno risposto”, spiega Maria Aloisio, vice presidente dell’associazione “LiberiAMO Taranto”. Il blocco delle portinerie è in programma per gli inizi di maggio, manca oltre un mese. E chissà quanti altri “wind days”.

I “giorni di vento”, la vita sospesa. Quando soffia da nord ovest, cioè dall’area industriale, il vento disperde nell’aria sostanze altamente inquinanti. I Pm10, ossia i particolati fini, ma pure il benzo(a)pirene, idrocarburo aromatico, derivato dalla lavorazione dell’acciaio e cancerogeno. In quei giorni, specie nei quartieri Tamburi e Paolo VI, oltre 15 mila persone che abitano praticamente a ridosso dello stabilimento “mostro”, vivono come sospesi, il futuro legato alle previsioni pubblicate sul sito dell’Arpa, sia mai che domani arrivi un “wind day”. E quindi scuole spesso chiuse – anche dieci volte in tre mesi – genitori costretti a organizzarsi per tenere i figli quanto più possibile al riparo, che vuol dire rinchiusi in casa – la stessa Asl locale nei “consigli utili” diramati per “i giorni di vento” ribadisce che gli anziani ultrasessantacinquenni, i soggetti “affetti da patologie croniche, defedati e immunodepressi, e i bambini sono i più colpiti dall’inquinamento atmosferico urbano”. Si rinuncia a stendere i panni, si prepara da mangiare con le scorte fatte nei giorni precedenti e chi deve uscire, per andare al lavoro, lo fa a proprio rischio e pericolo. Ingoiando gli inquinanti e la paura di scoprirsi ammalati, il sentimento con cui hanno imparato a convivere tutti i tarantini.

Alessandro Marescotti, presidente della rete ecopacifista “Peacelink”, rende noto, dati dell’Arpa Puglia alla mano, che tra gennaio e febbraio si è registrata, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, una impennata nelle emissioni inquinanti provenienti dall’ex stabilimento a gestione pubblica oggi nelle mani di ArcelorMittal: gli idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) sono cresciuti del 195%, con la concentrazione di benzene salita del 160% e quella dell’idrogeno solforato del 111%. In una nota ArcelorMittal ha garantito controlli, monitoraggi e rispetto delle prescrizioni di legge e dell’Aia, ricordando gli investimenti per fare dell’ex Ilva lo stabilimento tecnologicamente più avanzato d’Europa, ma non è servito a tranquillizzare gli ambientalisti. “L’aumento della produzione ci preoccupa – aggiunge Marescotti – e procedere al buio e senza dati previsionali degli impatti sanitari, come sta facendo questo governo non è responsabile”. E anche i livelli di diossina, stando ai dati registrati, sembrano tornati al periodo precedente il sequestro dell’ex Ilva, quando – era il 2010 – furono abbattuti quasi 2000 capi di bestiame contaminati e fu vietato il pascolo nel raggio di 20 km attorno alla fabbrica.

L’indice è puntato soprattutto contro i Cinque Stelle, “che alle ultime Politiche qui – sottolinea Massimo Castellana, di “Genitori tarantini” – hanno fatto il pieno dei voti (il partito raggiunse il 50 per cento, con punte del 70 per cento tra gli operai, ndr). Abbiamo incontrato il ministro della Salute, Giulia Grillo, il vicepremier Di Maio, ma è stato inutile”. Tra le associazioni c’è chi parla esplicitamente di “tradimento dei grillini”, ricordando che la posizione iniziale dei pentastellati sull’ex Ilva era netta: chiusura con riconversione dello stabilimento e bonifica dell’area. Poi, ai primi dello scorso settembre, l’accordo con AncelorMittal per la cessione. “Di Maio – ricorda Marescotti, che ha partecipato ai primi meet up grillini a Taranto – diceva che erano state installate delle tecnologie che avrebbero tagliato del 20% le emissioni inquinanti dell’acciaieria. Ma questo inquinamento a decrescere non trova riscontro nei dati dell’Arpa”. Dal dietrofront sul futuro dell’acciaieria è scaturita anche la scomparsa del M5S al Comune: il 19 marzo si è dimessa Rita Corvace, l’ultima portavoce in Consiglio comunale, che ha contestato ai Cinque Stelle “il tradimento” sull’ex Ilva.

Fonte HuffPost

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