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Quando la scienza diventa un dogma, la ricerca è schiava del potere. E questo non deve accadere

BLOG di Patrizia Gentilini

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È stato di recente pubblicato a cura della Rete sostenibilità e salute un appello, con scarsa eco sui media, in risposta al Patto per la Scienza, accolto e diffuso viceversa con grande enfasi e visto come un passo in avanti in difesa della “Scienza”, contrapposta alla “pseudo scienza” e a un presunto oscurantismo dilagante.

La questione ancora una volta non è né banale né semplice, ma ritengo sia molto utile cercare di chiarire le perplessità espresse nell’appello dalla Rete, perché non si tratta solo di diversità concettuali o culturali ma di riflessioni che coinvolgono elementi fondanti del nostro modo di vivere e concepire la società, su cui a mio avviso non si riflette mai abbastanza.

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Va innanzitutto chiarito che la Rete Sostenibilità e Salute è costituita da oltre 20 diverse associazioni, fra cui Medici per l’Ambiente e Medicina Democratica, che – pur con diverse caratteristiche e specificità – sono accomunate dalla convinzione che per difendere la salute non sia sufficiente occuparsi di servizi sanitari, ma sia necessario agire sui determinanti ambientali, socio-economici e culturali che la influenzano. È quindi necessario contribuire alla costruzione di un modello culturale, economico e sociale basato su equità sociale, rispetto per l’ambiente e prevenzione primaria, alternativo al modello attuale fondato su una crescita economica fine a se stessa.

Anche per quanto riguarda la “Scienza”, la Rete ha una visione piuttosto diversa da quella proposta dal “Patto”, secondo cui, in modo piuttosto ingenuo, la si dipinge come un’entità “superiore”, di fronte alla quale quasi ci di deve inchinare in religioso rispetto: contrapponendo la “Scienza” alla “pseudo scienza”, ma trascurando completamente qualunque considerazione circa il contesto economico, sociale, culturale in cui la scienza stessa si viene a sviluppare.

Eppure gli artefici della scienza sono gli scienziati che operano, vivono, agiscono all’interno di sistemi sociali, culturali ed economici che ne condizionano prioritàorientamentirisultati. Troppo spesso conflitti di interesse e grossolani intrecci economici hanno segnato il ruolo degli scienziati e offuscato pesantemente l’immagine della scienza: come è possibile dimenticarsi di tutto questo? Possibile che si faccia un salto all’indietro con un ritorno a un positivismo acritico di stampo ottocentesco e che nulla sia rimasto delle riflessioni epistemologiche del Novecento o delle critiche a una scienza solo in apparenza neutra, fatte ad esempio da Marcello Cini ne L’ape e l’architetto?

Specie nel campo della medicina, scienza e potere sono strettamente intrecciati. Questo legame è stato oggetto di profonda riflessione sia da parte di Giulio Maccacaro, fondatore di Medicina Democratica, che di Lorenzo Tomatis, tanto da rappresentarne “il filo rosso” dei libri autobiografici. Ad esempio ne La Rielezione Tomatis scrive: “Scienza e potere hanno storie parallele, perché se a volte la scienza ha avuto sviluppi estranei o addirittura ostili al potere o è stata osteggiata dal potere, quest’ultimo è poi sempre riuscito sia a domare gli insorti, che a fare sue le conquiste della scienza”. O in un dialogo ne Il Fuoriuscito fra Tomatis e un suo ex direttore, quest’ultimo afferma: “Quando mi sono lasciato comprare? Quando ho capito che la ricerca è al servizio del potere e che il ricercatore è un’oca che produce uova d’oro e che quell’oro andava tutto sulla tavola di chi comanda”.

Credo poi che mai bisognerebbe dimenticare che ciò che oggi può apparire verità acquisita e assolutamente consolidata rapidamente può essere superato e radicalmente capovolto alla luce di nuove conoscenze. Ad esempio, nel campo della cancerogenesi, la convinzione imperante fino al secolo scorso era che alla base dell’insorgenza dei tumori vi fosse un danno genetico e che da una singola cellula “impazzita” originasse una proliferazione cellulare incontrollata, progressiva, sempre più svincolata dai fisiologici meccanismi regolatori dell’organismo e soprattutto irreversibile. Questo approccio riduttivo e semplicistico, incentrato sul ruolo prioritario del genoma come “direttore d’orchestra” , è stato completamente rivoluzionato. Oggi sappiamo infatti che per l’insorgenza del cancro – e di molte altre malattie – sono molto più importanti le modificazioni epigenetiche, ovvero l’alterata espressione dell’informazione contenuta nel genoma, in assenza di specifiche mutazioni, a seguito di stimoli esogeni (fisici, chimici, biologici). Agenti quali metalli pesanti, pesticidi, diossine, interferenti endocrini, tipo di nutrizione, ma anche stress e campi elettromagnetici inducono modificazioni epigenetiche e possono condizionare la salute, specie se l’esposizione avviene in utero.

La convinzione quindi che ciò che siamo fosse già scritto e completamente racchiuso nel nostro Dna è stata completamente sostituita da una concezione molto più fluida e dinamica, in cui è soprattutto importante l’interazione fra genomaambiente; e soprattutto l’ambiente risulta rivestire non il ruolo di comparsa, ma di protagonista. Così il cancro, in una visione molto più articolata e complessa, non originerebbe da una singola cellula, ma da un’alterata organizzazione nella struttura dell’intero tessuto, che può insorgere già nel momento della programmazione fetale. Teorie quindi che potevano sembrare fantasiose hanno poi trovato convalide e aperto scenari assolutamente impensabiliproprio sulle interazioni ambiente-salute, e la visione incentrata sul ruolo preponderante del genoma è stata completamente capovolta.

Riteniamo che la scienza mai vada intesa come dogma e vorremmo che la politica garantisse non solo l’indipendenza di ricercatori, medici e degli altri operatori sanitari, ma contribuisse a creare e mantenere un clima scientifico antidogmatico, aperto al libero dibattito, trasparente e soprattutto il più possibile esente da conflitti d’interessi.

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