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Libia, gli Stati Uniti rientrano in partita (poi ci si lamenta dei profughi)

Gli Stati Uniti non dimenticano il Mediterraneo. E nel mentre della crisi in Libia, Washington rafforza la sua presenza navale proprio nei pressi della costa nordafricana. Lì dove volano gli aerei del generale Khalifa Haftar e dove infuria la battaglia per Tripoli. Ma soprattutto dove altre potenze stanno muovendo le loro pedine. Ed è per questo che gli Stati Uniti vogliono vederci chiaro.

L’immagine dei marines che lasciano la costa libica non deve essere vista come l’immagine di una bandiera ammainata: perché Washington non ha completamente abbandonato la Libia. Non prendere totalmente una posizione non significa far sì che altri prendano del tutto il sopravvento. E, come ha confermato il senatore Graham, in questa proxy war fra alleati Usa non può non esserci spazio anche per la stratega degli Stati Uniti. 

Così, come prima mossa, il Pentagono ha deciso di confermare lo spostamento dell’Abraham Lincoln Carrier Strike Group nelle acque del Mediterraneo. Il dispiegamento era programmato da tempo, ma è chiaro che ora assume tutto un altro significato: e il monitoraggio del Mare Nostrum ora significa soprattutto inviare un messaggio a tutti i contendenti.

Il gruppo d’assalto, che comprende la portaerei Uss Abraham Lincoln, il Carrier Air Wing 7, l’incrociatore lanciamissili Uss Leyte Gulf e il cacciatorpediniere del Destroyer Squadron 2, è salpato il primo aprile dalla base di Norfolk facendo rotta verso il Mediterraneo: la sua area di operazioni dalla quella della Sesta Flotta, di base a Napoli, ed è entrata ufficialmente nel nostro mare nelle prime ore dello scorso 8 aprile. Come riporta Agenzia Nova, la rivista specializzata statunitense Stars&Stripes ha dichiarato che la Abraham Lincoln ha passato lo stretto di Gibilterra “per addestrare, pattugliare e mostrare forza nelle regioni in cui la Marina russa è diventata più attiva”.Un messaggio molto chiaro che si può declinare su tre fronti: Libia, Siria e Mar Nero.

Tre giorni dopo il passaggio dello stretto, i media spagnoli hanno poi confermato la presenza dell’Abraham Lincoln Carrier Strike Group nel porto militare di Palma di Maiorca con la contemporanea unione della fregata Alvaro de Bazan Esps Mendez Nunez alle operazioni della Us Navy.

Il movimento della flotta statunitense sta a indicare un rinnovato interesse di Washington per il caos libico? È possibile. La notizia dell’arrivo del gruppo d’attacco della Uss Abraham Lincoln si inserisce infatti nel quadro di una serie di voci che hanno coinvolto l’amministrazione Trump dopo lo spostamento dei marines avvenuto lo scorso 7 aprile. In quell’occasione, il comando Usa per l’Africa (Africom) aveva ordinato lo spostamento “temporaneo” delle unità presenti in Libia per “ragioni di sicurezza”. E questo spostamento anche repentino delle forze Usa aveva consegnato l’immagine di un’America destinata ad abbandonare il terreno del caos libico.

Ma negli ultimi giorni, soprattutto per i movimenti del generale Haftar e per il coinvolgimento di tutti gli alleati americani nel conflitto (oltre che per le potenze rivali) qualcosa sta cambiando. E il Pentagono sembra non voler dare troppo l’impressione di lasciare il terreno agli altri sfidanti. E proprio per questo motivo, l’Italia, con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in testa, ha più volte chiesto all’amministrazione Trump un maggiore interesse verso il caos di Tripoli dopo l’offensiva degli uomini dell’Esercito nazionale libico. Inviti cui il senatore Graham ha risposto parlando di un un possibile contraccambio: l’invio di truppe italiane nel nord-est della Siria.

A conferma di un rinnovato interesse americano verso quanto sta accadendo in Libia arriva anche la notizia del rientro delle forze speciali Usa nell’ovest del Paese. Come riporta Formiche, da quanto si evince dalle fonti libiche, le unità statunitensi arriveranno a Misurata, la città-stato che si è schierata con Fayez al-Sarraj e che da tempo ha convenuto di seguire il piano delle Nazioni Unite: piano che fra l’altro è sostenuto proprio dagli Stati Uniti. Ed è proprio a Misurata che l’asse fra Roma e Washington potrebbe ricomporsi sul fronte libico, perché è lì che ci sono le truppe italiane, lì abbiamo i nostri migliori contatti dopo Tripoli. Ed è da lì che riparte il piano di Trump per la guerra in Libia. Un piano che vede l’Italia primo partner per l’amministrazione americana: a condizione di non commettere errori.

Fonte Gli Occhi della guerra

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