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In Croazia il consenso per l’adesione all’euro cade a picco

Tra gli ultimi Paesi ad aderire all’Unione Europea, in cui ha fatto il suo ingresso nel 2013, la Croazia ha iniziato nell’ottobre2017 il percorso che dovrebbe portare al superamento della kuna in favore dell’euro. Un percorso, invero, iniziato in notevole ritardo sulla tabella di marcia delle istituzioni comunitarie, che prevedevano l’ingresso di Zagabria nella moneta unica proprio per il 2019. Rispetto al 2013, tuttavia, la situazione è notevolmente mutata.

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La Croazia prevede di aderire al sistema europeo di cambi entro il 2020 e da lì in avanti mettere in conto un periodo di transizione sino all’ingresso effettivo dell’euro. Mano a mano che il processo fa il suo corso, tuttavia, il consenso tra la popolazione scema. Come riporta Agenzia Nova, “il 53,4% dei cittadini croati si oppone all’introduzione dell’euro quale valuta del Paese” secondo “i risultati di un sondaggio condotto dall’agenzia HRejtingpubblicati nella giornata del 24 aprile dal sito dell’emittente N1. “Il 39,3 per cento dei partecipanti al sondaggio è a favore della valuta europea. Precedentemente, il governo guidato da Andrej Plenkovic ha annunciato che l’adesione alla zona euro rappresenta uno degli obiettivi per il futuro”, e stabilito che il 2024 potrebbe essere la data più credibile per questo ingresso.

La Croazia è in ritardo rispetto a Bulgaria e Romania nella corsa all’ingresso nell’euro. E questo, d’altro canto, ha favorito l’emergere di un dibattito pubblico interno che ha mostrato una netta evoluzione dell’opinione dei croati rispetto al 2015, quando oltre il 55% dei cittadini esprimeva la sua preferenza per l’euro nei sondaggi. “Lo scorso luglio il Parlamento croato ha riconfermato governatore della Banca centrale il 54enne Boris Vujčić, noto soprattutto per le sue posizioni a favore dell’entrata della Croazia tra i paesi che adottano l’euro come moneta“, fa notare Il Post, evidenziando la svolta pro-euro della maggioranza politica che guida il Paese.

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La popolazione, tuttavia, è scettica circa le ristrettezze richieste dai trattati europei per l’adesione alla moneta unica. “Le complicazioni sono molte e finora la Croazia non è riuscita a soddisfare tutte le regole imposte ai paesi che aspirano a entrare nell’eurozona: nonostante il cambio euro-kuna, la valuta locale, possa oscillare solo all’interno di un stretto intervallo, e nonostante il governo abbia chiuso il 2017 con un avanzo di bilancio, la Croazia non ha soddisfatto i cosiddetti ‘vincoli di Maastricht’ relativi all’inflazione e al debito pubblico”.

L’austerità fiscale del governo di Zagabria ha portato il Paese a ottenere un surplus fiscale nel 2017, ma si può certamente considerare opinabile la necessità di ritenere vincolante un parametro che, per bocca stessa del suo ideatore, non ha basi scientifiche o credibile substrato economico. Al tempo stesso, la popolazione contesta al governo conservatore di Zagabria il fatto che le politiche di convergenza ai parametri europei non hanno portato a un miglioramento tangibile della situazione interna. La crescita rimane superiore al 2,5% del Pil ma è vincolata a specifici settori come il turismo e l’estrazione energetica nell’Adriatico, mentre settori come l’industria manifatturiera restano al palo.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, a fine 2017 il tasso di disoccupazione è sceso al 12,4%.Tale miglioramento è però determinato da un calo della popolazione in età lavorativa per effetto dell’invecchiamento e dell’emigrazione all’estero, due fenomeni in progressivo aumento. In questo contesto, il baratto della kuna con l’euro non sembra essere considerato dalla popolazione croata un fattore di mutamento tale da giustificare un cambio di rotta monetario e, soprattutto, l’ampliamento dei controlli della Vigilanza Bce sul sistema bancario interno, già segnato negli anni scorsi dagli effetti sistemici legati al fallimento del colosso agroalimentare Agrokor, la più grande società croata, che  impiegava 50.000 persone prima della sua dismissione, che ha dato origine a inizio aprile al gruppo Fortenova.

Per la crescita degli investimenti interni, inoltre, Zagabria sembra voler puntare con decisione sulla Cina. A Dubrovnik, di recente, si è svolto il summit annuale 16+1 tra Pechino e i Paesi dell’Europa orientale, e la Croazia ha incassato dal Primo ministro Li Keqiang la promessa di futuri investimenti cinesi nelle infrastrutture materiali e digitali del Paese, compresa la rete 5G che preoccupa Bruxelles. Una scelta che cozza con l’europeismo e il sostegno al superamento della kuna ostentato dal governo, ma che è comprensibile viste le opinioni contrastanti dell’opinione pubblica. Che potrebbe avere un peso rilevante già alle elezioni europee.

Fonte Gli Occhi della guerra

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